sabato 26 maggio 2018

Ichi-go, ichi-e

A metà del XIX secolo, Ii Naosuke, Tairō dello shogunato Tokugawa, nel testo Chanoyu Ichie Shū, scrive:
"Grande attenzione dovrebbe essere posta nella cerimonia del tè, possiamo descriverla come 'una volta, un incontro'.
Anche se ospite e ospitati si possono incontrare spesso in società, ogni singolo incontro non può essere mai ripetuto in egual modo.
Visto con questa prospettiva, il singolo incontro è davvero un'occasione irripetibile. L'ospite di conseguenza, deve sincerarsi di avere la massima cura in ogni aspetto della cerimonia e dedicarsi completamente a garantire che nulla venga trascurato. Gli ospiti, da parte loro, devono comprendere che questo singolo incontro non potrà più ripetersi e, apprezzando come l'ospite lo ha impeccabilmente pianificato, dovrebbero parteciparvi con vera sincerità.
Questo è ciò che si intende per 'una volta, un incontro' (ichi-go, ichi-e)."
Questo è profondamente vero anche per l'Aikido.



giovedì 26 aprile 2018

Differenze nella pratica del Budo, tra Giappone e Occidente

Quella che segue è la trascrizione* in italiano del discorso fatto da Jordy Delage (Differences Between Japanese & Western Budo Practice, dal minuto 4:07), proprietario della Seido - Aikido & Kobudo Equipment e praticante di lungo corso di Aikido in Giappone.

Nulla di nuovo per chi frequenta il tatami del corso di Carmagnola, solo 'sfrutto' le parole autorevoli del protagonista del video per sottolinearlo ancora una volta, perché ne abbiate conferma da una voce che non è per forza la mia.

*[ Due parole sulla trascrizione/traduzione: in verità non lo è. Essendo in forma colloquiale, ho preferito farne un adattamento, dove naturalmente non manca qualche aggiustamento per rendere il discorso scritto scorrevole e comprensibile, evitando o annullando alcune espressioni gergali o ripetizioni eccessive. Buona lettura!]


"La raccolta di tecniche e l'idea che la conoscenza di molte tecniche renda più bravi, in realtà non so davvero da dove salti fuori, ma è specifica dell'occidente: in Giappone non è il quante tecniche conosci, ma il come esegui le tecniche che conosci.
Gli insegnanti che provano a mettere in pratica questo proposito cercano di trasmettere per esempio come 'entrare' in modo corretto - irimi nell'Aikido - attraverso i princìpi, non le tecniche, di conseguenza la loro volontà è quella di insegnare davvero poche tecniche, in cui studiare e trovare questi princìpi; nella relazione che si costruisce con questi maestri durante le lezioni, più ci si concentra su questo nello specifico e più si migliora davvero nell'Aikido in generale, dando infine al praticante la consapevolezza di un uso migliore del corpo per avere una migliore attitudine (shisei).
Beh, è un'esperienza che davvero si dovrebbe provare direttamente. Se si ha l'opportunità di venire in Giappone si potrà constatare che in una lezione probabilmente si eseguiranno tre, quattro, forse cinque tecniche in un'ora e stop; non si faranno più di cinque tecniche in un'ora, e molto probabilmente sempre con lo stesso compagno, perché solo così sarà possibile iniziare a conoscere il partner e solo dopo dieci, venti, trenta minuti si potrà cominciare a non pensare più a se stessi in termini di performance, senza che la mente paralizzi la pratica riflettendo eccessivamente.
Penso che il modo dei giapponesi di vedere le arti marziali, specialmente nel Budo, è più questione di sensazioni: pratica, pratica, pratica delle stesse tecniche ancora e ancora, piuttosto che collezionare un numero alto di tecniche diverse; divenire un esperto tecnicamente riguarda davvero la pratica in questo senso, e loro non parlano... non parlano di religione, non parlano di filosofia confondendola con i princìpi... niente di tutto ciò, solo insegnano, mostrano la tecnica, richiedendo al praticante di ripetere la stessa cosa per dieci, quindici minuti. Ogni cosa è basata sul concetto del dover praticare tanto per migliorare davvero.
Due ore di pratica in Francia probabilmente equivalgono a mezz'ora di pratica in Giappone.
La prima volta che sono andato all'Hombu dojo a una lezione di un'ora pensavo: "un'ora, ah, sono abituato a seminari di due, tre, quattro ore di pratica"... ero letteralmente morto dopo un'ora all'Hombu! Con l'insegnante che non parla, mostrando giusto qualcosa come quattro tecniche, questo effettivamente significa allenarsi per più di cinquanta minuti! Questo è davvero diverso rispetto a un seminario che si può fare in Francia".



Si potrebbe obbiettare, a lettura conclusa, che la prospettiva qui sia piuttosto limitata, infatti: non è detto che il corso e gli stage frequentati da Delage in Europa in gioventù, siano il modello generale e standard di quello che avviene in Europa, così come non è detto che il modello dell'Hombu con conseguente metodo di insegnamento e allenamento valga per l'intera isola giapponese (infatti così non è).
Fermo restando il punto di partenza che mi ha spinto a scriverne, però: c'è una ragione ben specifica per cui, per me, rimane costante lo sforzo e la ricerca nel mantenere una rigida metodologia di allenamento, e la ragione sta in larga parte nelle parole qui sopra.

A presto.

venerdì 20 aprile 2018

Lo stato dell'arte?

Sono alcune settimane che sulla mia home di facebook vedo comparire video più o meno spiritosi di sedicenti maestri che 'dimostrano' incredibili capacità energetiche.
Opportunamente messi alla prova da propri allievi, inscenano una serie di performance difficilmente ascrivibili al regno del tangibile.
Sotto ai medesimi video una prevedibilissima ridda di battute, da parte perlopiù di praticanti di aikido (i post sono di altrettanti aikidoka, eh), derisioni anche giustificatissime di quello che è un evidente spettacolo più vicino alla suggestione indotta pericolosamente, che a un comune embukai, o a una competizione vera e propria.
Ora. Non è mia intenzione cercare di comprendere quello che succede dentro ai video sopracitati (in alcuni casi valeva la pena farlo e l'ho fatto, per la maggior parte no, per amore di Lapalisse).
Sono decisamente più interessato a quello che è il ragionamento che sta dietro a chi i video li posta. E pure, di misura, anche a quello che pensano i vari commentatori di se stessi.
Lo sono per via del numero esponenzialmente crescente di tali video e della regolarità con cui compaiono.
Perché?
Perché, per esempio, non ho mai visto nessuno tra i miei contatti postare il video qui sotto?
Penso, senza tanti fronzoli, che le cose siano affatto correlate, e che tutto ciò vada a consolare il bias di una comunità che sempre di più perde di convinzione nei propri mezzi, nelle proprie capacità tecniche al punto tale che è decisamente più facile concentrarsi su uno spettacolo triste, piuttosto che affrontare la possibilità di essere protagonisti di un altrettanto spettacolo triste.
Che senso ha questo post? Indurre alla riflessione, se possibile, il più possibile, sullo stato della nostra arte, lasciando il corollario dragonballiano all'egotismo di qualcun altro.


lunedì 13 giugno 2016

Questa è competenza

Nel dodicesimo giorno del decimo mese, nel primo anno di Meiwa (1764), un samurai di nome Kimura Kyuhou, allievo nello stile di scherma Unchu-ryu, fondato da Itou Nyudo Kii Suketada, della provincia di Oushuu, decise di mettere per iscritto nel libretto Kenjutsu Fushiki Hen* (Ignoranza nella scherma), a memoria dei propri allievi, il discorso di cui era stato testimone tra il suo venerabile maestro, Hori Rinjitsu, e un visitatore straniero, riguardo il metodo peculiare con cui si formavano gli adepti di tale scuola.
Qui sotto troverete l'estratto più significativo, a mio parere, di tale incontro, trascritto dall'attentissimo Kimura.



L'ospite disse:«Maestro, hai distillato dal vuoto un unico principio della scherma. Anche se ciò che affermi è giusto, è molto avanzato e difficile da realizzare per l'inesperto. Benché i più dotati possono fare progressi perfezionando questo singolo principio, dire che si deve abbandonare ciò che si è imparato ricorda un monaco sulla via dell'illuminazione che armeggia con una spada; i moti confusi e impacciati della mente non aiutano a raggiungere questo stato. Fin dall'antichità i grandi comandanti guardavano con attenzione le tecniche poco sofisticate usate dai provinciali o durante gli addestramenti militari, traendone non pochi vantaggi. Anzi, queste personalità stimate affermano che non si dovrebbe perdere la semplicità. In modo simile, non si dovrebbero dimenticare le secche attraversate per arrivare alle acque profonde, o percorrere con noncuranza le colline per raggiungere le vette: segui solo il principio. In un primo tempo ci si dovrebbe dedicare semplicemente a quel che ci viene insegnato e il principio si svilupperà naturalmente».
Il maestro rispose:«Quel che dici è molto ragionevole. Nel guidare l'inesperto faccio proprio come hai detto. Comunque, non insegno schemi preordinati di mosse. Per questo, tra le persone che non hanno dimestichezza con la scherma, molti hanno l'impressione che la mia sia un'arte soltanto teorica. Per chi non fa parte della scuola è difficile comprendere. Con gli schemi preordinati, tutti compiono movimenti prestabiliti, non è realistico. Quindi, anche se all'inizio imparano per qualche tempo le forme, ciò non dura a lungo. In seguito li istruisco in modo realistico. Se in questa tecnica c'è qualche divergenza dal principio, è soltanto in quanto fondamento per procedere nell'arte basata sulla via dell'unico principio. Non è necessario abbandonare nulla.
Le cosiddette tecniche sono soltanto una serie di schemi prestabiliti. In questa scuola non si fa uso di tali schemi né si usano insiemi di forme. Le tecniche pratiche che nascono dal principio vengono mostrate utilizzando la via della risposta spontanea.
 Quando inizi c'è un'apertura, che ti permette di fare i primi passi per comprendere il principio unico. Gradualmente ti lasci travolgere e ti adatti al principio, la mente si calma e ti senti pieno d'energia. In una progressione naturale, le tue paure svaniscono, poi man mano che ti addentri nel pericolo sei costretto ad adottare tutte le posizioni, i fendenti e gli affondi contro il nemico.
 A questo punto insegno le tecniche che incorporano il principio del vuoto per fare pressione sul nemico; poi il principio del vuoto e la 'luna nell'acqua' si fondono e lo studente impara a intuire l'intenzione del nemico grazie al vuoto. Quando raggiunge questa capacità, sarà in grado di armonizzarsi e fondersi con la spinta impressa dall'avversario.
Questo è il cuore della scuola Yagyu. Quando lo studente avrà perfezionato tutti questi punti iniziali e avrà esplorato a fondo lo shinjutsu (tecniche della mente e dello spirito), raggiungerà il distacco dalla vita e dalla morte, e tecniche e teoria potranno essere messe da parte. Abbandonare tecniche e teoria è detto mushin, o 'non mente'. Quando ottieni la 'non mente', mente e corpo rispondono spontaneamente a quel che accade.
Avendo già raggiunto la padronanza tecnica e teorica, sarai naturalmente in grado di capire il livello dell'avversario, i suoi punti forti o deboli e la via per la vittoria. Non vi è alcuna situazione o categoria di persone in tutto il mondo a cui non si possa applicare quanto sopra. Sicuramente gli antichi maestri avevano queste doti».
L'ospite disse:«Indubbiamente ci sono altri modi per raggiungere questo livello avanzato. Non sono del tutto d'accordo con quello che hai detto. Tutte le varie case distinguono gli studenti principianti da quelli intermedi in base al numero di schemi che conoscono, e quando procedono a un livello superiore ci sono ancora più forme da imparare.
Innanzitutto l'insegnante non deve essere umile. Allo stesso modo, nella vita politica, un samurai di basso rango può diventare un uomo di una certa responsabilità, avere spesso a che fare con magistrati, e forse diventare anche un condottiero. Senza dubbio porre una grande attenzione alle questioni amministrative gli darà molti vantaggi. Quindi perché non dovresti insegnare usando esempi ben stabiliti?».
Il maestro rispose:«La tua fiducia ingenua in un progresso dal grado basilare a quello difficile, che nella scherma implica l'uso di coreografie prestabilite, è abbastanza ragionevole, visto che è il metodo adottato dalla maggioranza degli insegnanti.
Sia come sia, Kino Nyudo, fondatore di questa scuola, come il maestro Yagyu  Munenori di Washu e Miura Masanari di Busho, fondatore dello stile Mugan, rese onore al suo campo, e superò diverse scuole, vecchie e nuove. Prendendo con sé due o tre discepoli, andò a spiare nelle diverse scuole di Tobu. Tutte impiegavano kata in coppia e nessuna aveva raggiunto notevoli capacità. Tra coloro che mostravano una scarsa comprensione c'erano i maestri ortodossi che creavano e insegnavano questi kata. Anche se si dice l'uso dei kata rende facile capire e migliorare i punti essenziali dello stile, i risultati dovrebbero confermarlo. Di fatto i kata non sono in grado di condurre nessuno alla comprensione del principio. Dopo aver ottenuto un attestato di merito da una tradizione che misura i risultati conseguiti in base al progresso in questi kata, difficilmente ci si renderà conto dell'errore. Non c'è nulla che contraddistingue la verità. Pertanto è senza dubbio molto difficile iniziare chi ha raggiunto tale livello. Ecco perché fin dall'inizio si dovrebbe sviluppare la mente del principiante facendogli cogliere qualche barlume del principio: per mezzo del vuoto (kyo) svilupperà il reale (jitsu). Dapprima percepirà solo debolmente il principio, come un filo o una nebbia, ma via via che accumula intuizioni, progredirà e raggiungerà la comprensione tecnica e teorica. Questa è competenza. Questo dovrebbero tramandare i maestri».


* Nota bibliografica: Il teso integrale (presumo, mi devo fidare del curatore che lo ha selezionato per inserirlo nell'antologia), si trova in La mente del Samurai, a cura di C. Hellman, edizioni Astrolabio, Roma 2011, cap. V, p. 110.


sabato 30 aprile 2016

Stance

Come è noto ai più, spesso il rimbrotto a riguardo dell'Aikido da parte delle discipline da combattimento (o di Budo come il Karate, che nella loro didattica includono il confronto sportivo), è che la nostra sia disciplina 'poco realistica' sotto vari aspetti.
Tra i tanti ritenuti altamente criticabili, vi è la 'guardia a L', altrimenti detta nel gergo specifico dell'Aikido come guardia in 'hanmi'.
In effetti, il tipo di posizione sostenuta da chi pratica l'arte di Ueshiba differisce peculiarmente da quelle che sono invece considerate da molti esperti, guardie più funzionali al combattimento sportivo, che si tratti di boxe, kickboxing, thai o per l'appunto Karate.
Come mai? Come mai l'Aikido sceglie consapevolmente di sviluppare la sua intera didattica in questo modo, invece di adattarsi a un modello di guardia (o posizione dei propri piedi rispetto a una linea d'attacco e asse centrale di controllo) che è sostanzialmente differente?
Perché, dalle altre discipline sopraelencate, è così criticata?
In anni di sviluppo del sistema sportivo, le discipline da combattimento che si orientano alla percussione come area di specializzazione, hanno trovato risposta funzionale a quel contesto adottando una guardia che, nella maggior parte dei casi, si sviluppa su due linee parallele di attacco (binari), in modo da poter sfruttare spostamenti e allunghi in veloci scambi all'interno del quadrato. Chiaramente, non vi è nulla di sbagliato. Si è trattato di adattamento allo specifico, cosa del tutto naturale per l'evoluzione dello sport da combattimento, 'sport da combattimento' che in effetti - a tutti gli effetti - Aikido non è.
Più volte si è ribadito infatti che l'Aikido è Budo, e come tale va inteso, ovvero come disciplina che abbraccia totalmente l'idea di un confronto senza regolamentazioni particolari, che possano limitarne l'agire in qualsiasi modo.
In soldoni questo cosa vuol dire? Che l'Aikido ha tecniche così mortali(!?) che non si può confrontare con, ad esempio, la boxe? No. Un cazzotto ben assestato - vi assicuro - può essere altrettanto 'mortale'.
Vuol dire che diversamente dallo scegliere di modificare un tipo di impostazione che dovrebbe a sua volta rivoluzionarne non solo la didattica ma il vero e proprio patrimonio tecnico dell'Arte, per adattarsi a un sistema che per sua stessa ragion d'essere ha bisogno di regolamentarsi in modo attentissimo (per integrità, sistema di punteggio, inquadramento generale e filosofia sportiva), si è preferito - per volere dello stesso fondatore, Ueshiba Morihei - di continuare a percorrere un insegnamento che contenesse ancora e completamente nozioni a cui, per forza di cose, le altre discipline hanno dovuto rinunciare.
Questo ha fatto si, chiaramente, che le forme di insegnamento si differenziassero esponenzialmente, al punto da far dimenticare da ambo le parti (Aikido da una, sport da combattimento dall'altra), alcune cose essenziali.
E' vero - ahimè - che troppo spesso l'approccio alla pratica dell'Aikido tralascia colpevolmente il confronto fisico (costruito e sensato), in ragione di un clima rilassato che su un arco temporale nemmeno tanto lungo si è rivelato completamente deleterio per il mantenimento del cuore stesso della disciplina, cuore che ne permette giusto sviluppo e giusta comprensione. Da qui la deriva di alcuni/troppi che pensano di praticare Aikido, ma che non lo fanno, con gli sconfortanti commenti di esponenti di altre 'arti marziali' che svalutano completamente non chi pratica in modo erroneo - come si dovrebbe - ma l'Aikido in toto.
Al punto tale che una semplice critica sulla posizione di guardia - l'argomento di questo post - non è immediatamente e facilmente giustificabile proprio da chi quest'Arte la pratica.
Facile rifarsi alle arti tradizionali giapponesi (koryū), di cui l'Aikido non fa parte, ma che ne mantiene e ne trae i princìpi che la sorreggono, per giustificare la posizione in hanmi; tale giustifica, è comunque giustificazione di forma, che in alcun modo ci da il reale motivo per cui si assuma questa guardia anziché no.
Per risalire al vero motivo, bisogna risalire davvero alle origini, ai campi di battaglia, dove lo scontro era ben differente da quello che ci prefiguriamo solitamente, dove a farla da padrone sono tutti i topos dell'epica classica giapponese, ripresi poi in film e spacciati ampiamente nei corsi dove non c'è vera ricerca, non c'è ricerca di realtà storica: onore, tranquillità interiore, codice del samurai che mai e poi mai avrebbe fatto cose disdicevoli per vincere il confronto. No. Se il confronto era mortale, la vittoria era ricercata a tutti i costi e per l'ottenimento di questo obiettivo era necessario qualsiasi mezzo disponibile (l'introduzione dello zen, ad esempio, è a questo che è servito, non per alta filosofia morale).
Dunque la strategia era fondamentale, e la sua elaborazione è passata attraverso una serie lunghissima di test diretti sul campo, da cui sono uscite le diverse scuole che ancora oggi studiano forme risalenti a cinque secoli fa, perfettamente cristallizzate nel tempo.
Nella Kashima Shin, come nella Daito, nella Yagyu, nella Tenshin Shin'yo (tutte scuole con cui Ueshiba era venuto a contatto) si adotta la posizione che oggi prende il nome di hanmi, per motivi strettamente funzionali. Di efficacia.
Tale posizione doveva infatti rispondere ad un possibile attacco che era concentrato non su un'area ben specifica, ma su tutto la superficie del corpo scoperta, ed in più, portato non solo con armi, ma eventualmente a mani nude, dando luogo a scontri dove la lotta corpo a corpo non era affatto così rara come possiamo prefigurarci.
Va da sé - più o meno, meglio una verifica empirica sul tatami - immaginare il perché di una guardia che preferisce esporre solo un profilo, che mantiene il controllo sul proprio asse fino alla fine, che renda possibile trasferimenti di peso senza evidenti spostamenti fisici dalla propria posizione, se non ad attacco già in atto.
Certo, tutto questo non è evidente, non è immediatamente intellegibile per chi pratica uno sport da combattimento, che rivolge la propria attenzione su altro, che non ha necessità di difendersi da un'eventuale proiezione alle gambe che non arriverà mai, pena la squalifica dalla competizione.
Solo negli ultimi anni la riprova che tale posizione in hanmi sia tutto fuorché insensata - come volevano le critiche - curiosamente ci arriva confermata proprio da uno sport da combattimento, anzi da quello che più di tutti ha allargato il senso così stretto e specifico - finora - della parola con cui era inteso dagli esperti: le arti marziali miste, il cui acronimo più conosciuto è quello anglofono di MMA (mixed martial arts).
Come avrà notato chi segue più assiduamente, la quasi totalità dei lottatori presenti nel circuito più competitivo di questa disciplina, che è l'Ultimate Fighting Championship, adotta senza nessun paradosso, proprio la guardia a L.
Come mai? Per le ragioni esposte poc'anzi: pur provenendo dalle più disparate discipline, devono tutti fare i conti con quello che è la realtà strategica imposta da questo genere di confronto, che non è più concentrato su un'area specifica e delimitata, ma che si allarga a tutte le aree e le distanze, arrivando (fatto salvo le regole imprescindibili) davvero in prossimità di quello che gli antichi samurai conoscevano di prima mano: il combattimento tout court.
Dovranno quindi porre attenzione non solo alla guardia alta (per proteggere volto e tronco superiore), ma pure a quella bassa (per evitare proiezioni a tutto campo). Il modo migliore per evitare queste ultime - assalto per lo più cercato da chi di base arriva dal wrestling universitario, dalla lotta olimpica o dal jiu jitsu - sarà quello di concedere meno spazio possibile, preferendo quindi una guardia di profilo a quella saldamente poggiata su due binari distinti.


Nell'immagine abbiamo l'esempio di due guardie: una in hanmi appunto, adottata da Lyoto Machida (che paradossalmente arriva dal Karate Shotokan, famoso per i kumite combattuti in fudo dachi, zenkutsu dachi o neko ashi, quindi raramente su una linea d'attacco singola) e Mauricio Rua con la guardia tipica della Muay Thai, con il peso del corpo sull'appoggio posteriore (cosa assai rara e quindi degna di nota, in UFC).

sabato 17 ottobre 2015

Sulle spalle di giganti

Mitsunari Kanai è stato un visionario.
Non solo un gigante nell'Aikido, ma pure un divulgatore, un maestro che sapeva - possedeva vera conoscenza - e non aveva alcun timore nel divulgare, nell'introdurre senza fraintendimenti a quello che è il vero cuore dell'Aikido, separando in maniera netta simbolismi, falsa etichetta, "un'ideologia di aikido", da quello che invece è l'Aikido in senso stretto, sul tatami.
Non è banale, ne tanto meno così scontato trovare persone con una tale predisposizione, con un'attitudine non solo esplicitata nell'azione, ma pure ispiratori di un lavoro che permette a chi vuole di cogliere l'essenziale, ovvero l'aspetto più concreto di chi si avvicina a un Budo, come l'Aikido, senza per forza doverne sacrificare la funzionalità, in nome di una fumosa teogonia che si dovrebbe prendere come tale, per fede, senza mai poterne verificare il senso ultimo.

Dicevo, Mitsunari Kanai era un visionario e io incappai nei suoi scritti circa dodici anni fa (poco prima della sua scomparsa, ahinoi), all'alba di quella che poi divenne mia personale ricerca, inizio di un percorso che procede ancora oggi, senza sosta come è giusto che sia.
In coincidenza con i suoi scritti, le sue parole, avevo da poco sperimentato l'Aikido di un altro grande ispiratore, Seishiro Endo sensei, e ancora vagavo pieno di dubbi e frustrazioni, ma con la consapevolezza che quel lavoro lì, quella sensazione provata e completamente nuova, era possibile e con il giusto impegno e guida, pure accessibile.

Sulle spalle di giganti stiamo, come Bernardo di Chartres, ma anche se nani, nostro obbligo e dovere - almeno, mio dovere - è quello di alzarsi e fare un pezzo del percorso con le proprie gambe, con i propri personalissimi sforzi.

Non so se i suoi scritti siano coperti da diritti riservati, ho cercato comunque nell'internet e pare non siano più recuperabili; un po' per questo un po' per il rispetto che sento di dovergli, non ne riproporrò le pagine così come erano, preferendo adattarne e sintetizzarne qui sotto i punti salienti, come li ho appresi, elaborati, masticati e digeriti, a esempio di come oggi siano punto fermo e fulcro pulsante della mia pratica.




Il problema dell'armonia.

Uno dei principali, cronici e forse inevitabili problemi nella pratica dell'Aikido, è un allenamento che si riduce a facile esercizio, basato sull'eccessivo compromesso di collaborazione tra i partner.
Problema che sorge per via della convinzione sincera da parte di un considerevole numero dei suoi praticanti, che si rifà però a filosofie e teorie del tutto errate o fraintese.
Esempi delle molte errate interpretazioni dell'Aikido è l'enfasi data fin troppo spesso all'idea che possa esistere un 'Aikido style' di qualche tipo, espressione di una 'ideologia' di Aikido che concettualizza e mette in pratica l'idea di 'armonia' in modo totalmente falso (ovvero non utile in riferimento al pensiero che il maestro Kanai  - ma pure il mio, a scanso di equivoci - aveva dell'Aikido).

Per via dell'enorme importanza che ha questo punto - cosa davvero è l'armonia nello specifico contesto della pratica? - è necessaria una spiegazione, mantenendo presente che si tratta però di uno solo degli aspetti che coinvolgono l'Aikido nella sua accezione più ampia.

Certo, tutti sono consapevoli (per sentito dire almeno), di quanto sia importante, centrale, l'armonia nell'Aikido.
Nelle parole stesse del fondatore, armonia è intesa nei riguardi dell'intero universo, con tutta l'esistenza. Concetto davvero molto alto.
Prosaicamente, nell'individuo è intesa come sostanziale equilibrio tra mente e corpo, senza focalizzarsi troppo in uno solo dei due aspetti.
Ma in termini fisici, l'armonia ha un vero e specifico significato tecnico, riferito all'uso dell'intero corpo in ogni movimento.
Applicato a quello che è un contesto che vuole risolversi attraverso il conflitto (incluso nell'allenamento), è questo ultimo significato a cui bisogna riferirsi per fare in modo che si crei una situazione che catturi l'avversario - letteralmente la forza avversa sviluppata - e ci si armonizzi completamente.

Essere in armonia nell'Aikido non significa interagire con altri individui sulla base di un basso comune denominatore che tende ad eliminare il momento del conflitto - del vero confronto - senza curarsi delle regole, per mantenersi in una comfort zone che consenta una pratica facile ma illusoria.
L'armonia come dovrebbe essere intesa non ammette compromesso, richiede invece lo sforzo di combinare elementi differenti, forze differenti - opposte, nella maggior parte delle volte - tentare di 'metterle insieme', in un modo che innalzi e intensifichi la nostra pratica, portandola ad un livello più alto.

A titolo di esempio spesso si contrappone una realtà che vuole l'Aikido praticato insieme da adulti e bambini, vecchi e giovani. E' innegabilmente vero. Ugualmente vero, ma non altrettanto frequentemente messo in evidenza, è che l'Aikido può - e a mio modo di vedere, deve - essere praticato con lo scopo preciso di sviluppare tecniche che abbiano valore marziale.
L'ampiezza inclusiva che caratterizza l'Aikido non significa pertanto una rinuncia allo studio di tecniche di combattimento effettive, o che questa stessa ricerca sia meno legittima o importante rispetto ad altri aspetti più enfatizzati e diffusi.

Il risultato di questa serie di fraintendimenti, errori, sospetto sia stato il vero motivo del sorgere del primo, fondamentale e maggior problema dell'Aikido contemporaneo: l'assoluta incapacità - per il praticante medio - di riconoscere e identificare un valido sistema di allenamento che permetta di valutare le proprie effettive capacità, in relazione all'uso del proprio corpo per produrre, applicare e ricevere potenza, con lo scopo ben delineato di farne tecnica efficiente per risolvere conflitti e controllarne adeguatamente l'origine aggressiva.

Per far ciò, bisogna necessariamente partire dalla costruzione di una vera base, di un vero punto di origine che corrisponda fondamentalmente al corretto utilizzo del corpo, articolando in maniera dettagliata questa logica dell'Aikido che dovrebbe infine sostituire tutta la serie di astratti riferimenti che spesso si ritrovano nelle spiegazioni di moltissimi praticanti/istruttori di grado avanzato.

Il praticante dovrebbe comprendere come la fisiologia del corpo, la vera struttura del corpo umano, è la fonte primaria dalla quale nascono le regole e i princìpi per ottenere un funzionamento altamente efficiente.
Il corretto movimento del corpo è giudicato infatti da un solo esclusivo criterio: qualunque sia il movimento dinamico, la posizione assunta, alla luce della struttura anatomica umana, si dovrà utilizzarne in completa economia tutte le parti, organizzandole nella maniera più efficiente possibile.
Comprendere profondamente questa fondamentale teoria dell'uso del corpo, dovrebbe precedere e integrare ogni spiegazione specifica riguardo alla tecnica.

Una tecnica specifica basata su questi princìpi fondamentali sfrutterà ogni parte del corpo, organizzato in modo tale da ottimizzare e generare potenza. Se si realizza questo, allora la tecnica 'funzionerà'. Fallire in questa comprensione renderà la nostra tecnica inefficace e inapplicabile.

Si dovrebbe capire a questo punto, che nella pratica è fondamentale e inevitabile usare questo principio di massima efficienza evidenziato dall'anatomia strutturale umana. Armati di questa consapevolezza i praticanti dovrebbero essere in grado, ora, di distinguere perfettamente quale esecuzione tecnica non solo sembri, ma sia effettivamente funzionale.
A riprova infatti, le tecniche 'sbagliate' hanno tutte in comune un'esecuzione che non si preoccupa di questo enunciato fondamentale, al punto tale che, per esempio, molti gruppi di tecniche caratteristiche dell'Aikido (proiezioni, immobilizzazioni, atemi), mancano completamente di consistenza teorica e dunque appaiono eccessivamente distinte le une dalle altre.

Non è infatti proprio dell'Aikido, quello di costringerlo a un sistema rigido e suddiviso in comparti impermeabili. Al contrario vi è la necessità di afferrare concretamente perché questo modello di pensiero sia distante dall'arte stessa, atto solamente a formalizzare cattive abitudini, cattive abitudini per altro facilmente osservabili - la maggior parte delle volte - in quella che oggi chiamiamo pratica quotidiana dell'Aikido.

E questo ci porta direttamente a quello che è da considerarsi il secondo e conseguente maggior problema nell'allenamento odierno che nasce e si evidenzia nella relazione tra nage e uke.

Molto spesso l'allenamento è condotto in una specie di finto confronto senza che vi sia vero combattimento, o piuttosto condizionamento serio.
A causa di questo, il praticante fallisce in quello che dovrebbe essere lo scopo principale, alimentando piuttosto una vera e propria dipendenza dalla collaborazione da parte del suo teorico avversario.
Questa malsana, eccessiva cooperazione corrompe la vera relazione tra nage e uke dandoci al contrario il drammatico risultato di rovinare l'opportunità di incrementare la comprensione della dimensione del combattimento e dell'effettivo studio tecnico.

A causa di quello che si diceva poc'anzi - la mancata comprensione del principio fondamentale di utilizzo efficiente del corpo - nage, frequentemente non applica una buona e corretta tecnica che realmente sia in grado di proiettare uke; ciò nonostante uke viene proiettato. In questo caso, uke è implicitamente d'accordo nel recitare la parte, falsando quello che è appunto il vero scopo dell'allenamento.

Pare ovvio a cosa possa condurre una pratica di questo tipo: la relazione 'corrotta' tra uke e nage ha profonde e negative implicazioni per quella che ha pretese di enunciarsi come arte marziale, anche se questo tipo di allenamento descritto risulta molto comune.
Tutti dovrebbero chiaramente comprendere che sostenere questo tipo di pratica, dove in effetti delle persone non fanno altro che fingere di essere artisti marziali, non farà altro che allontanarci da quello che è vero Aikido, con il triste risultato che questi non sarà mai appreso o capito.

L'interezza - e l'integrità - della relazione tra nage e uke è chiamata sotai kankei, ed è poggiata sul principio fondamentale del riconoscere che questo tipo di relazione è assolutamente conflittuale.
Si tratta infine di acquisire la consapevolezza che la ricerca di armonia è un processo che passa giocoforza attraverso il conflitto, e che non può assolutamente essere evitato in nome di una filosofia lontana e il più delle volte completamente mal interpretata, accettando il fatto che la questione fondamentale è come fare uso della conoscenza per affrontare uke con l'utilizzo della tecnica corretta sulla base dei princìpi che governano l'Aikido.

E' assolutamente imperativo che ogni tecnica utilizzata sia 'reale', che ogni tecnica controlli l'avversario con l'utilizzo corretto della struttura del corpo in un dinamico, omogeneo e efficiente sistema.

E' solo comprendendo questi punti, utilizzandoli come base fondamentale del loro allenamento quotidiano, che le persone potranno finalmente arrivare ad aprire le porte della reale comprensione.
E' attraverso queste porte che il praticante deve passare nella prospettiva di fare dell'Aikido in modo razionale, sfruttando tutti gli aspetti per l'uso totale del corpo nella relazione tra nage e uke per generare vera armonia.
Senza questo, purtroppo, i praticanti saranno sempre condannati al compromesso, a improvvisare tecniche del tutto inefficienti, allontanandosi una volta di più dal vero cuore dell'Aikido.











domenica 21 settembre 2014

Impegno

In alcune scuole classiche di arti marziali (dette koryu), agli apprendisti che avevano intenzione di entrarne a far parte, veniva proposto il Keppan, letteralmente 'patto di sangue', dove i futuri allievi si impegnavano al rispetto di alcune rigide regole per essere accettati formalmente ed introdotti alla disciplina e ai 'segreti celati nella tecnica', a cui solo il vero discepolo era dato accesso.
Il patto si suggellava attraverso la firma con il proprio sangue su un documento (incidendosi con una lama sul braccio o sul dito), detto kishomon.
Era non solo una formalizzazione attraverso un contratto, ma un vero e proprio rito di passaggio, dove il soggetto che lo attraversava, accettava completamente di cambiare il proprio essere, da ciò che era un tempo, ad un nuovo sé, dedito corpo e anima (il sangue simboleggiava la consegna dell'intero individuo alla scuola e al suo maestro/capostipite), alla pratica dell'arte.
Questo genere di accordo, serviva a testimonianza di un impegno che era vitale per la sopravvivenza della scuola stessa: così infatti si riduceva la possibilità che 
gli insegnamenti del maestro si disperdessero nel tempo, mantenendone intatti tradizione e tecnica, chiarendo immediatamente il grado di responsabilità e serietà elevatissime richieste all'allievo.


Con l'introduzione del Budo moderno (Aikido, ma anche Karate-do e Judo), il keppan/kishomon è andato via via scomparendo, pur mantenendo almeno inizialmente un carattere elitario nella scelta di chi doveva e poteva accedere alla scuola (sia Ueshiba che Funakoshi e Kano, selezionavano coloro che erano 'adatti' culturalmente, ad apprendere le rispettive discipline). Chiaramente, la predisposizione all'apertura e alla diffusione universale dei moderni Budo, faceva emergere immediatamente la contraddizione con le antiche scuole e i suoi metodi di affiliazione.
Una contraddizione costituita fondamentalmente dall'inevitabile ricerca di un bacino sempre più vasto di praticanti, a discapito di una qualità che era principalmente determinata dall'impegno dell'allievo che non aveva remore nell'abbracciare il keppan.
L'odierna diffusione mantiene comunque in modo 'naturale' la distinzione tra chi è amatore e colui che, nonostante, tende incessantemente alla professionalità nel proprio rapporto con la disciplina personale, e l'arte come metodo di accrescimento.