giovedì 1 novembre 2012

it’s some kind of madness, is started to evolve

L'uso della forza.
L'uso delle giustificazioni.
Per quanto ben addobbate.
Per quanto accettabili.
Sono solo giustificazioni.
Senza forza, è più di un concetto.
E' più di un "uso ragionato", sì.
E' proprio così.
Le tue giustificazioni "sono", perché non puoi abbandonare una zona confortevole.
Dove ti trovi bene.
Dove hai abitato per tanti anni.
Che ora non vuoi, abbandonare.
Senza forza è uscire dal tuo posto confortevole.
E' abbandonare. Ogni giustificazione.
E', finalmente, realizzare ogni armonia.
Essere in armonia.

Forse.

sabato 20 ottobre 2012

L'Aikido non si ferma dove arrivi tu

"Studiare senza riflettere è totalmente vano, ma riflettere senza studiare è pericoloso".

Confucio



La pretesa, generalmente, è che l'universo sia racchiuso nella nostra "visione" dello stesso.

Così accade, e non può certo essere altrimenti, che lo stesso modello interpretativo, vada ad applicarsi senza soluzione di continuità, a tutto ciò che personalmente classifichiamo, a tutto ciò che pensiamo (per forma mentis), di conoscere.
Tra queste "cose" che pensiamo di conoscere, non possiamo che annoverare anche l'Aikido, va da sé.

Così accade una seconda volta, e piuttosto naturalmente, di voler includere, all'interno di un'opinione che ci si è fatti sull'Aikido nello specifico, anche tutti gli altri.
Esatto, anche tutti gli altri.

Spiego: si può supporre per semplicità, che la pratica prolungata di un'attività(?) come la nostra, possa aiutarci a discernerla approfonditamente, al punto da credere, per via di ciò di cui sopra, che l'intendimento nostro, e della pratica, e dell'arte stessa, sia l'intendimento di tutti.
E' cosa, questa, da distinguere bene dal banalissimo pensiero:"Come lo faccio io ikkyo è giusto, come lo fate voi no", non si tratta di divisioni più o meno fittizie (anche queste proprie della nostra forma di pensiero), ma casomai del suo contrario.
Si tratta di includere, nella personalissima visione di ognuno di come si faccia ikkyo, ad esempio, anche tutto il resto dei praticanti.
In modo tale che questa sorta di ragionamento, falsamente ci protegga.
In modo tale che se un giorno, per fato o chissà, ci venga empiricamente e ampiamente dimostrato che tutto ciò che pensavamo a riguardo del "nostro ikkyo", semplicemente non è così, ma è solo nostro attaccamento e basta, ecco quel giorno potremmo tranquillamente giustificare il nostro personale, circoscritto errore, come errore di tutti. Per proteggerci in un'illusione, dalla delusione.

E' bene, come al solito, prendere attentamente coscienza di questa illusione, farsene carico come campanello d'allarme per il prossimo giro, per la non tanta improbabile ipotesi che l'occasione si ripeta, che il pensiero si riformuli, e che non ci si ricaschi nuovamente.

Da non occorrere più nell'espressione plurale, quando questa è singolarissima, dal non generalizzare, perché io sono arrivato solo fin lì, allora noi tutti si è arrivati fin lì.
Non è così, non è così.





sabato 18 agosto 2012

Per andare dove dobbiamo andare...

La fauna di Roquebrune è sempre bella variegata.

Vi ho trovato, come sempre da quando vi partecipo, una qualità generale ottima. Ma anche no.
Mi spiego.
E' vero, ed è vero lo ribadisco, che uno stage del genere è assolutamente fondamentale e ricchissimo di spunti su cui lavorare durante l'intero arco dell'anno (ho sempre l'impressione di "finire i sacchetti" anzitempo, dove raccogliere tutto il lavoro che lo stesso Tissier parsimoniosamente distribuisce), ma è ben più di una possibilità trovare, tra i tanti che calcano il tatami francese dalle più disparate regioni dell'Europa e oltre, un livello non poi così "superiore", che sopperisce piuttosto e di molto, la propria incapacità tecnica (vittima di troppa approssimazione e della velocità d'esecuzione, forse), con un eccessivo uso della forza muscolare, quasi a divenire non più un allenamento che fonda le sue basi sullo studio tecnico in primis, ma piuttosto una sorta di gara d'atletica, dove a spuntarla in misura decisamente subordinata è l'Aikido, quando dovrebbe essere il contrario.
Preciso: non sono di quelli che pretendono una pratica senza sforzi anzi, deve essere fisicamente impegnativa, ma per questo intendendo sempre un uso ragionato della forza, non un inutile dispendio, nonché rischiosissimo del farmi mancare/fraintendere l'obiettivo dell'allenamento.
Bisogna preparare il proprio fisico. Poiché è di li che si passa.
Ma bisogna evitare che questo divenga il nostro principale scopo, che la tecnica si esaurisca su una prova di forza e velocità, che il tutto ci decentri dall'ascoltare il momento del contatto, dalla dinamica dell'azione, che divenga appunto sforzo fine a se stesso, per il gusto di cosa, poi?
C'è una bella differenza - tanto per parafrasare un Maestro - tra l'essere dei buonissimi atleti ed essere budoka.
E sul tatami di Roquebrune, questo rischio, questa differenza alcune volte, si corre e si vede.
E me ne dispiaccio molto.

Ma ne dispiaccio perché vedo in questo, il grande torto che si fa all'anfitrione di casa, ad un Christian Tissier attentissimo nella ricerca della didattica più limpida possibile, consapevole del rischio.
Ma nonostante, accade.

Ed è così che mi ritrovo negli ultimissimi minuti di uno stage sudatissimo, a scambiare con un collega che come una perfetta macchina programmata, ripete pedissequamente le "immagini" che ha appena visto, ad una velocità degna dei centometristi, ma con un piccolissimo particolare (da non poco): scordandosi completamente del sottoscritto.
Cioè, scordandosi di quello che dovrebbe essere il centro del suo interesse.

Ora, il sottoscritto solitamente, al primo contatto con un collega appena conosciuto, cerca sempre di essere attentissimo a tutto ciò che accade, "presente il più possibile", sintetizzerei.
E di rimando, normalmente, ottengo la stessa attenzione. Ed è su queste basi, su questa partenza che ripongo tutta la fiducia possibile per un lavoro costruttivo per entrambi.
Chiaro diviene il mio disappunto, quando mi accorgo che il partner, "viaggia da solo e pure spedito".
Ed è qui allora, che mi sento in dovere di intervenire, ed introdurre la terribile e temutissima possibile variabile.
Cosa accade infatti, se nel nostro lavoro programmato fino all'ultimo movimento, il compagno con cui ci troviamo a scambiare, improvvisamente, cambia qualcosa?
Dramma. Blocco. Impossibilità di rimettere insieme i pezzi e ripartire.
Questo accade, quando ci si concentra troppo su un'immagine, sulla forza e la velocità che ci sembra di scorgere nel nostro modello, al quale vorremmo tanto somigliare.
Ed è questo che è accaduto. Con mio dispiacere, come dicevo poc'anzi.

Come nella famosa scena con Peppino e Totò: la primissima preoccupazione non è conoscere a tutti i costi il luogo della destinazione, ma essere padroni del linguaggio opportuno.
Solo così si può veramente dialogare e non finire a far monologhi, magari ironici, magari anche bellissimi da vedere, ma del tutto scollegati e privi di quel senso, che l'Aikido dovrebbe invece sempre tener presente.

venerdì 3 agosto 2012

L'arte segreta della pialla da falegname

L'uso della pialla da falegname comprende tre stadi: la sgrossatura, la levigatura intermedia e quella fine.
Nel piallare di grosso il corpo viene mantenuto fermo, l'addome irrigidito, le anche messe nella giusta posizione, si mette forza uguale nelle due mani e si procede. 
In breve, si mette forza in tutto il corpo senza potersi rilassare; non si può piallare di grosso se non con forza.
In seguito si esegue una piallatura intermedia: stavolta non si deve usare tutta la forza; il tocco naturale delle mani aumenta e diminuisce la pressione, questo livello è una preparazione per quello successivo. Se però la continuità tra sgrossatura e la piallatura intermedia viene interrotta dalla mancanza di concentrazione, il lavoro non potrà essere eseguito ad arte.
Dalla piallatura intermedia si passa a quella di fino; qui si lisciano le irregolarità lasciate dagli stadi precedenti.
Se si sta lavorando su un pilastro, si deve andare da cima a fondo, con un unico movimento della pialla. Andando da cima a fondo, è fondamentale mantenere il cuore in perfetto ordine.
Se il cuore non è in ordine, compariranno varie irregolarità e il lavoro non potrà essere condotto a buon fine.
Il segreto è il giusto controllo.
Mente, corpo e tecnica devono funzionare assieme nello stesso modo. "Mente, corpo e tecnica" corrispondono a "pialla, carpentiere e pilastro". Se si pensa che sia il carpentiere a piallare, a che serve la pialla? Se si pensa che sia la pialla a piallare, a che serve il pilastro? Mente, corpo e tecnica funzionano assieme in modo simile a quello di pialla, carpentiere e pilastro; se non si capisce questa interdipendenza non si sarà in grado di fare un bel pilastro per quanto ci si eserciti con la pialla.
Per fare un bel pilastro, bisogna cominciare con lo sgrossare. Una volta padroneggiato questo stadio, si potranno padroneggiare gli altri due.
La piallatura di fino è la "tecnica segreta". Questa tecnica segreta non è niente di speciale; alla fine si dimenticano mente, corpo e tecnica e si procede senza intoppi fino a completare il lavoro.
Non pensare più a finire la lisciatura e non parlare più di tecnica o di altro è uno stato d'essere meraviglioso.
E' inutile chiedere come si possa raggiungere questo stato - la lisciatura di fino si può imparare da soli; non si può mai ottenere da un altro.

Yamaoka Tesshu, Aprile 1884



Ci sono ancora molte cose "oscure", per il sottoscritto, dentro questo breve insegnamento di Tesshu.
Ma di certo, alcuni degli aspetti che egli descrive rispecchiano perfettamente quello che è il mio stato d'animo attuale. Come insegnante, come Budoka, come essere umano.
E tali aspetti "risuonano" ancora più forte, ogni qual volta mi ritrovi ad un bivio, che sia questo un piccolissimo viaggio, come quello che sto per intraprendere, o qualcosa di davvero determinante per il mio futuro.
Ed è qui che mi fermo, appunto, a chiedermi dove io sia, veramente.
Tra non molto tempo, forse, dovrò sostenere l'ultimo esame per il passaggio di grado, che nella federazione di cui faccio parte è il IV Dan.
L'ultima occasione di essere esaminato da una commissione nazionale di alti gradi della disciplina, l'ultima occasione formale, di dimostrare quello che è il mio Aikido, la mia espressione di tale Arte, che cosa ho veramente capito io. Qualcosa di mio, meglio, qualcosa di me, qualcosa che sia io.
Ed è arduo, scegliere di non scendere a compromesso alcuno.

venerdì 8 giugno 2012

Misunderstanding

"Cerco sempre di fare musica per come sono io. La ragione per cui è difficile, è che cambio continuamente".

Charles Mingus


La domanda è: quanto si rischia, nella pratica, di credere di fare un qualcosa, mentre in realtà si sta facendo tutt'altro?
O per essere più spicci: quanto siamo convinti di fare Aikido, quando poi tutto ciò che ci riduciamo a mostrare, non è altro che una tristissima pantomima?

Ecco, non so voi, ma io della pantomima sono stanco.
Sono arcistufo di sprecare del tempo.
Già, il tempo. Se c'è una cosa a cui dovremmo ricondurci (una delle), quando siamo impegnati nella pratica (quale pratica è ancora tutta da stabilirsi) sul tatami, è proprio nel cercare di ottimizzare al meglio quello che è il tempo che dedichiamo ad essa.
E se tanto mi da tanto (e né voi né io si è dei pazzi, oltre che degli illusi), il tempo da dedicare alla pratica del Budo (disclaimer di questo blog: l'Aikido per il sottoscritto è Budo, contestualizzando, tutto il resto non mi interessa e se si, in misura comunque decisamente minore), è sempre ridottissimo, rispetto alla miriade di impegni che ci vedono coinvolti quotidianamente, tra lavoro, famiglia e rapporti sociali in genere.
Quindi, dopo questa sottospecie di premessa bella contorta, torniamo a noi.

E' davvero necessario inquadrare attentamente ciò che ci si appresta a cominciare, quando si indossano gi e hakama, e si pretende di "fare Aikido".
Perché, più frequentemente di quel che si crede, si finisce con il fraintendere (in buona fede anche, perché no?),  non solo negli obiettivi (che già di suo, sono un bel grattacapo), ma addirittura in partenza, ovvero nell'atto stesso in cui fisicamente esprimiamo dei movimenti, delle forme, che illudono la nostra parte cosciente, nella convinzione che esse stesse siano l'oggetto principale del nostro allenamento, che esse stesse siano l'Aikido.
Ecco, no.
Le forme sono forme, non sono Aikido.
Sono l'introduzione all'Aikido semmai, ma non l'Aikido.
Quando siamo impegnati nell'esecuzione del nostro yonkyo più bello, non è nello yonkyo che stiamo centrando davvero lo scopo. Crediamo che sia così, certo, ma non è lì che dovrebbe esser focalizzato il nostro studio.
Il nostro studio, per scongiurare la pantomima di cui inizialmente parlavo, è nel cercare di far sì che lo yonkyo da noi messo in scena (vi prego di notare questo ossimoro, ben più che linguistico), funzioni.
Ecco, mi è già capitato di affrontare tale tema su questo medesimo, ma è bene per la comprensione del discorso generale, fare degli ulteriori appunti.
Yonkyo, se spiegato pazientemente per una decina di minuti, può farlo anche il mio nipotino di cinque anni (a proposito, ciao Riccardo!).
Dunque, sta mio nipote davvero facendo dell'Aikido? Sono ipermegastrasicuro che unanimamente si è levato da parte vostra (con anche un certo piglio di sufficiente sarcasmo), un corale ed unisono "no!"
No, infatti.
Ma perché? Perché è una vuota imitazione di un movimento, più o meno complesso, ma completamente privo di significato. Non ha un fine. E se non ha un fine, non può certo avere una funzione da espletare, giusto?
Quando noi, orgogliosissimi, realizziamo il nostro yonkyo nel dojo invece, pensiamo che questo in effetti un fine ce l'abbia, che sia compiere la sua funzione, che è quella del neutralizzare, attraverso la tecnica, un attacco. E per far ciò, impariamo tutta una serie di movimenti, in cui andremo, per ultimo, a mettere la nostra amata tecnica. Ma di nuovo, siamo sicuri che tutto questo sia Aikido?
Non è pantomima anche questa? Certo, più complessa, perchè è l'unione di una serie di movimenti schematici, ma realizzabile solo a patto che l'uke con cui stiamo lavorando, sia nelle nostre mani (perdonate la violenza provocatoria), niente più che un fantoccio.
Ma se dunque di questo si tratta, allora la funzione che credevamo possibile, è vanificata del tutto, da funzione passa irrimediabilmente a finzione.

Proprio qui, proprio ora, diviene quindi indispensabile, ragione principale a cui dedicarsi con tutto l'impegno possibile, comprendere.

Comprendere che nel Budo è essenziale, vitale, la presenza delle "due ruote" ( ve l'avevo anticipata, la pluralità di significati): interferenza e armonia.
Perché è così in natura, perché è così l'anima stessa del combattimento.

In natura, l'armonia esiste, perché essa stessa è equilibrio di contrasti.
E a pensarci bene, seguendo questa logica di cui l'approssimazione è colpa solo mia, e qui mi scuso, che senso ha praticare delle forme che divengono effettivamente prive di significato, se il nostro partner è burattino senza di vita?
L'Aikido funziona contro chi ci aggredisce, non contro chi accomoda i nostri errori.
Quello che avviene senza contrasti, non ha bisogno di Aikido.
E senza questo bisogno, quello che accade è messa in scena, non verità. E voi ormai, dovreste sapere quanto mi sta a cuore questa faccenda della verità.

Comprendere, diviene quindi vitale. Perché solo grazie a questa comprensione (faccio quel che faccio, perché so quel che faccio), è possibile costruire.
La costruzione è logica (la logica è qualcosa di cui sempre ho subito il fascino), il cui fine (funzione), è quello di arrivare ad essere davvero liberi.
Ma liberi di una libertà "dotta", che non si vanifica da sola, ma produce.
Per questo pratichiamo il kihon no kata, perché se no?
E grazie a questo studio matto e disperatissimo, che sarà forse possibile scorgere la vera verità, che non è fare tutto quello che ci pare, ma fare la cosa giusta al momento giusto, con piena coscienza.


lunedì 23 aprile 2012

Intermezzo

"Allo stesso modo nel nostro spirito, la minima traccia di Ego si attacca al mondo e cerca di impadronirsene e fissarlo.
Io cerco di praticare l'Aikido senza attaccamento, come uno specchio.
L'attaccamento fa nascere lo spirito combattivo; ma l'Aikido è una ricerca della vera libertà, libertà che si ottiene modellando il corpo come un buon fornaio impasta il pane;
non si tratta di un metodo di distruzione.
Nell'Aikido c'è la libertà dello specchio."


Osawa Kisaburo Sensei

lunedì 9 aprile 2012

Nessun uomo è un'isola

Anni fa, leggendo superficialmente le parole di un maestro, mi convinsi che quella fosse l'unica maniera per progredire nella pratica del Budo.
Egli parlava apertamente di quanto il Budo fosse pratica al singolare, di quanto si trattasse di intima autodisciplina, e che quindi noi e solo noi fossimo il vero motore della crescita.
Tutto ciò che si faceva, in ultima analisi, era per un qualcosa di finemente egoistico, perchè l'obiettivo era sempre e comunque rivolto verso le nostre abilità, verso la nostra autoeducazione, verso una crescita del singolo a discapito di una massa che non aveva interesse ad evolvere veramente.
Anni fa, questo.
Poi le cose cambiarono, in qualche modo io maturai e con me le mie convinzioni, che reputavo non incrollabili (e forse questo è il punto), mutarono. Per fortuna.
La condivisione con molti, se non degli stessi obiettivi (perchè l'Aikido è vasto e malleabile, anche per questo) certamente della mia stessa passione, mi portò ad allargare il soggetto di tutta la mia concentrazione. Gradualmente mi accorsi che il vero soggetto non potevo essere solo e soltanto io.
L'Aikido ha una didattica strana. La "base" passa attraverso l'uso (lo studio) di esercizi, che stabiliscono a priori reazioni e comportamenti, sia nostri che del nostro compagno di allenamento.
E' pratica a due, costante, ma non immobile. L'esigenza di imparare un linguaggio, per far si che vi sia vera interazione tra i soggetti alla fine, non può che portare all'evolvere di entrambi.
In poche parole, imparai a comprendere e ad avere a cuore l'evoluzione non solo mia, ma anche del mio compagno attraverso la pratica.
Come se non avessi mai "visto" realmente, compresi che la natura intima di questo Budo non potesse prescindere dalla crescita comune, forzandomi a volere, pretendere, un miglioramento che non fosse solo il mio. Più io miglioravo, più avevo bisogno che gli altri intorno a me, migliorassero.
Era necessario per la mia stessa evoluzione. Dunque cominciai a mettere in dubbio la mia comprensione delle parole del maestro, che tanto avevano fatto presa sul mio immaginario. Come poteva essere pratica egoistica, se per il vero progredire c'era una dipendenza così profonda dall'altro? E' vero, il primo obiettivo poteva non essersi spostato di una virgola (l'autoperfezionamento), ma sicuramente lo stato interno con cui affrontavo la pratica si.
L'Aikido è un'Arte strana. Per la sua comprensione sempre più alta, sempre più vicina alla vera padronanza, sempre più vera e meno confinata in schemi e strutture, ha il vitale bisogno di almeno un altro essere umano. E come è vitale questo, è vitale che questi migliori insieme a me.
Comprendere questo è comprendere che nessuno può davvero migliorarsi senza il contributo degli altri, che nessuno può recitare sul serio la parte del samurai solitario, perchè da solo, egli stesso non potrà fare un passo. Nessun uomo è un'isola come recitava John Donne, neanche (e forse ancor più) nell'Aikido.
Esistono due ruote nel Budo, diceva sempre lo stesso maestro: "Servono due ruote per mandare avanti il carretto, con una sola non potremmo muoverci, al più girare in tondo su noi stessi".
Due ruote sono fondamentali.
Le due ruote (che nascondono ancora e ancora significati), siamo anche noi persone signolari, e il gruppo in cui ci alleniamo. Il gruppo che sosteniamo e che ci sostiene, se è il progredire sempre di più, il nostro vero obiettivo.
Lasciare da parte egoismi e protagonismo è vitale, perchè non è quello "vero egoismo", volersi bene davvero è voler bene anche all'altro, rimanere soli è ridursi allo sterile, senza progressi.