Quando siamo sul tatami, alle prese con una nuova forma da eseguire, un esercizio da replicare pedissequamente e continuamente, chissà quanto ci interroghiamo sulla natura stessa di tale esercizio, sul pretesto che vi sta dietro, in ombra magari, rispetto a tutta una serie di premesse date dal maestro, ma che nascondono comunque motivazioni di cui forse - forse - è all'oscuro lo stesso, che la tecnica la propone.
Prendiamo omote ed ura, come evidente esempio per dimostrare quanto sopra.
Perché esistono queste due possibilità, nell'esecuzione di un kihon?
Ci si interroga mai sull'origine di tali variazioni?
Certo, come primissima risposta ci verrebbe da enunciare quella più ovvia, quella che da anni sentiamo come giustificazione plausibile, esaustiva(?) del "perché si fa così, invece che cosà".
Ed ecco allora il sorgere di parole (seguite da una mimica tutta fisica) come: 'posizione', 'lato esterno/negativo', 'lato interno/positivo', 'uscire', 'rientrare'...
Quando decidiamo di studiare una tecnica in ura, decidiamo appunto di fare questa scelta. Ovvero di restringere volontariamente il nostro campo ad una cosa soltanto. Ma per giustificare tale scelta, spesso omettiamo un punto piuttosto importante.
Il punto, che mi preme, non è tanto la decisione, ma proprio il punto in cui la decisione la prendiamo.
Se possiamo prendere una decisione, allora vuol dire che siamo nel campo delle scelte, e se di scelte si parla, allora non potranno che essere possibilità.
Imparare a riconoscere una possibilità, nell'Aikido, è altrettanto importante quanto saper riconoscere se una tecnica sia in forma positiva o negativa.
In maniera più specifica, Ikkyo omote o ura, l'una o l'altra, sono dettate sempre da necessità.
Ma questa stessa, è frutto della possibilità di scelta. Il lusso della scelta è qualcosa che si costruisce, che si dovrebbe sottolineare nella pratica, studiare.
Senza questo genere di approccio, non sarà così sensato prendere in considerazione la necessità, perché anche se sarà necessario (per non soccombere), fare qualcosa, non avremo in noi la conoscenza delle 'risposte possibili'.
Per risposte possibili, solo apparentemente mi riferisco ad una questione tecnica, quanto piuttosto il ricollegarmi al punto in cui la decisione la prendiamo.
Infatti, la possibilità è dichiarata da un punto (fisico, realmente esistente nello spazio), che sarà la combinazione di distanza, interazione, controllo e posizione tra i due soggetti dell'azione: noi ed il nostro avversario.
Questo vuol dire davvero conoscere le nostre possibilità, di fronte ad un attacco, ad esempio.
La "giusta" posizione, farà in modo che la necessità di ikkyo ura sarà conosciuta, consapevole, appropriata.
Questo, tutto questo, ancora per ribadire di come ci si sforzi continuamente di avvicinarsi alla reale natura dell'Aikido, che nel suo tessuto è in effetti tecnica (necessaria), ma il cui cuore è colmo di principii (possibilità).
sabato 23 marzo 2013
giovedì 10 gennaio 2013
Amazing
Della relazione tra il "mi piace" e il comprendere veramente.
C'è, esiste, una specie di idiosincrasia che vivo particolarmente, da quando frequento il social network per eccellenza e che non nomino (tanto arrivate da lì).
Non discuto della possibilità che vi sia, effettivamente, un qualcosa che colpisca particolarmente la sensibilità del singolo, al punto da "piacere", anche senza aver ben compreso, o peggio conoscere, quello che si ci trova davanti agli occhi (perché condiviso, perché linkato da qualche amico), ecco non discuto di questo, che è più o meno esperienza comune di tutti, ed è anche normale, no, per me il problema fondamentale sorge quando a piacere è un qualcosa che avremmo i mezzi per capire, che teoricamente dovremmo capire, ma che poi tradotto in pratica, dimostriamo clamorosamente non solo il suo contrario, ma di essere lontani anni luce anche solo da una minima vera, intima, comprensione.
A cosa mi riferisco nello specifico?
Ad un video qualunque di Aikido. Quello vero però, quello con la "A" maiuscola. E qui si dovrebbe aprire una parentesi enorme sul che cosa è vero e cosa è falso, sul cosa pensiamo e decidiamo di catalogare come vero e cosa no, per carità, ne sono consapevole, e infatti non lo faccio.
Allora, per semplificare le cose, diciamo che è possibile utilizzare come discriminante il parere pressoché unanime del gotha mondiale (la massima rappresentanza) di questa specifica arte, orientandomi verso l'Aikikai di Tokyo e i suoi eccellenti maestri (ricordando che anche qui vi siano opinioni contrarie, ma insomma, la contestualizzazione è d'obbligo, tenetela presente sempre).
Ecco, appurata e verificata la base di partenza, ovvero che più o meno si consideri una docenza nel quartier generale dell'Aikido mondiale come garanzia di cognizione di causa, allora posso prendere per verosimile tale affermazione:"Seigo Yamaguchi Sensei è stato uno dei più grandi rappresentanti dell'Arte di Ueshiba", quindi, tradotto semplicemente nel comune (nostro): l'Aikido di Yamaguchi è sorprendente e/o fantastico e/o incredibile e/o superlativo e/o superbo e/o inarrivabile e/o unqualsiasisinonimochevoletevoibastachesia amazing.
Detto ciò... detto ciò, ecco che scatta per l'appunto, la mia intolleranza.
Intolleranza meno che mai per il grandissimo maestro in questione (e come di lui anche altri, ma sempre Giapponesi, Tissier merita un capitolo a parte, non oggi), ma per coloro che a questo appiccicano tutta una serie di "mi piace".
Coloro che vi appiccicano questo e che quindi, per logica consequenzialità penserei, sono portato a pensare, hanno ben presente che cosa hanno di fronte, che si riconoscono, anche alla lontana, con quella che è l'arte nella sua pura e altissima manifestazione, attraverso le mani, il corpo, dello Shihan di turno.
Peccato poi in realtà non sia così. Non mi spiegherei altrimenti il perché, mi ritrovi spesso a condividere il tatami con persone che non hanno poi un'idea così precisa di ciò che stanno facendo e che a volte (solo a volte, eh), sono gli stessi di cui sopra.
E di qui nasce l'ipotesi: ma se "mi piace" un video di Yamaguchi, e lo manifesto (ho tutto il diritto di manifestarlo), perché mi fermo qui? Perché non mi sforzo di capire cosa colpisce così profondamente la mia fantasia, perché non mi sforzo di andare a fondo nella ricerca di una vera comprensione di quello a cui ho assistito ed in ultimo, non mi interrogo sul perché io, nel mio piccolo dojo, non cerchi di andare verso quella direzione invece che no, continuare alle "gare di forza" con gli amici, che tanto ci si diverte lo stesso?
Accade tutto questo anche a voi? Spero di no, ovvio, ma non sono sufficientemente ottimista. Se accade, perché?
Comprendere veramente quello che osserviamo in un video di Yamaguchi, quello che mi fa credere di aver assistito a qualcosa di sorprendente significa, in ultimo, che sorprendente non lo è per niente, ma frutto sì, di innegabile talento, coadiuvato però da una precisa ed eccellente didattica (questa davvero sorprendente, ma raggiungibile), volta alla assimilazione completa di come funzioni la cosa che vado a fare, di come sia strutturato l'Aikido nel profondo, a fondo, che ci avvicini a quello che ammiriamo, e che non si faccia ammirare e basta, lasciandoci però fermi lì, immobili nella nostra ignoranza compiaciuta e piena di: "non capisco, però mi piace". Che è sorprendentemente assurdo.
martedì 25 dicembre 2012
Fondamentale
-What is the difference between "fundamental techniques" and "basic techniques"?
-The fundamental techniques are primary. If we draw a parallel with mathematics, the fundamental techniques would be akin to the Five Principles of Euclid. Those fundamental principles are the basis of applied geometry. Since the fundamental techniques are like maxims, there are no movements in Aikido that violate those principles. Basic techniques are those techniques deduced from the fundamental techniques, during training the proof of the maxims is clearly demonstrated.
There are those who like to make up their own maxims, but this is not possible in Budo. All the movements have to follow natural principles, and cannot be artificially constructed.
Here is an example:If you drop a stone it will fall to earth because of gravity, and that principle can never be challenged. It is a maxim that must be observed, and once that is understood as a base it can be utilized. From that fundamental maxim, the basic movements emerge, and from the basic movements variations spring forth.
Kisshomaru Ueshiba Doshu
Nel video, un giovanissimo Endo Seishiro come uke.
-The fundamental techniques are primary. If we draw a parallel with mathematics, the fundamental techniques would be akin to the Five Principles of Euclid. Those fundamental principles are the basis of applied geometry. Since the fundamental techniques are like maxims, there are no movements in Aikido that violate those principles. Basic techniques are those techniques deduced from the fundamental techniques, during training the proof of the maxims is clearly demonstrated.
There are those who like to make up their own maxims, but this is not possible in Budo. All the movements have to follow natural principles, and cannot be artificially constructed.
Here is an example:If you drop a stone it will fall to earth because of gravity, and that principle can never be challenged. It is a maxim that must be observed, and once that is understood as a base it can be utilized. From that fundamental maxim, the basic movements emerge, and from the basic movements variations spring forth.
Kisshomaru Ueshiba Doshu
Nel video, un giovanissimo Endo Seishiro come uke.
giovedì 1 novembre 2012
it’s some kind of madness, is started to evolve
L'uso della forza.
L'uso delle giustificazioni.
Per quanto ben addobbate.
Per quanto accettabili.
Sono solo giustificazioni.
Senza forza, è più di un concetto.
E' più di un "uso ragionato", sì.
E' proprio così.
Le tue giustificazioni "sono", perché non puoi abbandonare una zona confortevole.
Dove ti trovi bene.
Dove hai abitato per tanti anni.
Che ora non vuoi, abbandonare.
Senza forza è uscire dal tuo posto confortevole.
E' abbandonare. Ogni giustificazione.
E', finalmente, realizzare ogni armonia.
Essere in armonia.
Forse.
L'uso delle giustificazioni.
Per quanto ben addobbate.
Per quanto accettabili.
Sono solo giustificazioni.
Senza forza, è più di un concetto.
E' più di un "uso ragionato", sì.
E' proprio così.
Le tue giustificazioni "sono", perché non puoi abbandonare una zona confortevole.
Dove ti trovi bene.
Dove hai abitato per tanti anni.
Che ora non vuoi, abbandonare.
Senza forza è uscire dal tuo posto confortevole.
E' abbandonare. Ogni giustificazione.
E', finalmente, realizzare ogni armonia.
Essere in armonia.
Forse.
sabato 20 ottobre 2012
L'Aikido non si ferma dove arrivi tu
"Studiare senza riflettere è totalmente vano, ma riflettere senza studiare è pericoloso".
Confucio
La pretesa, generalmente, è che l'universo sia racchiuso nella nostra "visione" dello stesso.
Così accade, e non può certo essere altrimenti, che lo stesso modello interpretativo, vada ad applicarsi senza soluzione di continuità, a tutto ciò che personalmente classifichiamo, a tutto ciò che pensiamo (per forma mentis), di conoscere.
Tra queste "cose" che pensiamo di conoscere, non possiamo che annoverare anche l'Aikido, va da sé.
Così accade una seconda volta, e piuttosto naturalmente, di voler includere, all'interno di un'opinione che ci si è fatti sull'Aikido nello specifico, anche tutti gli altri.
Esatto, anche tutti gli altri.
Spiego: si può supporre per semplicità, che la pratica prolungata di un'attività(?) come la nostra, possa aiutarci a discernerla approfonditamente, al punto da credere, per via di ciò di cui sopra, che l'intendimento nostro, e della pratica, e dell'arte stessa, sia l'intendimento di tutti.
E' cosa, questa, da distinguere bene dal banalissimo pensiero:"Come lo faccio io ikkyo è giusto, come lo fate voi no", non si tratta di divisioni più o meno fittizie (anche queste proprie della nostra forma di pensiero), ma casomai del suo contrario.
Si tratta di includere, nella personalissima visione di ognuno di come si faccia ikkyo, ad esempio, anche tutto il resto dei praticanti.
In modo tale che questa sorta di ragionamento, falsamente ci protegga.
In modo tale che se un giorno, per fato o chissà, ci venga empiricamente e ampiamente dimostrato che tutto ciò che pensavamo a riguardo del "nostro ikkyo", semplicemente non è così, ma è solo nostro attaccamento e basta, ecco quel giorno potremmo tranquillamente giustificare il nostro personale, circoscritto errore, come errore di tutti. Per proteggerci in un'illusione, dalla delusione.
E' bene, come al solito, prendere attentamente coscienza di questa illusione, farsene carico come campanello d'allarme per il prossimo giro, per la non tanta improbabile ipotesi che l'occasione si ripeta, che il pensiero si riformuli, e che non ci si ricaschi nuovamente.
Da non occorrere più nell'espressione plurale, quando questa è singolarissima, dal non generalizzare, perché io sono arrivato solo fin lì, allora noi tutti si è arrivati fin lì.
Non è così, non è così.
Confucio
La pretesa, generalmente, è che l'universo sia racchiuso nella nostra "visione" dello stesso.
Così accade, e non può certo essere altrimenti, che lo stesso modello interpretativo, vada ad applicarsi senza soluzione di continuità, a tutto ciò che personalmente classifichiamo, a tutto ciò che pensiamo (per forma mentis), di conoscere.
Tra queste "cose" che pensiamo di conoscere, non possiamo che annoverare anche l'Aikido, va da sé.
Così accade una seconda volta, e piuttosto naturalmente, di voler includere, all'interno di un'opinione che ci si è fatti sull'Aikido nello specifico, anche tutti gli altri.
Esatto, anche tutti gli altri.
Spiego: si può supporre per semplicità, che la pratica prolungata di un'attività(?) come la nostra, possa aiutarci a discernerla approfonditamente, al punto da credere, per via di ciò di cui sopra, che l'intendimento nostro, e della pratica, e dell'arte stessa, sia l'intendimento di tutti.
E' cosa, questa, da distinguere bene dal banalissimo pensiero:"Come lo faccio io ikkyo è giusto, come lo fate voi no", non si tratta di divisioni più o meno fittizie (anche queste proprie della nostra forma di pensiero), ma casomai del suo contrario.
Si tratta di includere, nella personalissima visione di ognuno di come si faccia ikkyo, ad esempio, anche tutto il resto dei praticanti.
In modo tale che questa sorta di ragionamento, falsamente ci protegga.
In modo tale che se un giorno, per fato o chissà, ci venga empiricamente e ampiamente dimostrato che tutto ciò che pensavamo a riguardo del "nostro ikkyo", semplicemente non è così, ma è solo nostro attaccamento e basta, ecco quel giorno potremmo tranquillamente giustificare il nostro personale, circoscritto errore, come errore di tutti. Per proteggerci in un'illusione, dalla delusione.
E' bene, come al solito, prendere attentamente coscienza di questa illusione, farsene carico come campanello d'allarme per il prossimo giro, per la non tanta improbabile ipotesi che l'occasione si ripeta, che il pensiero si riformuli, e che non ci si ricaschi nuovamente.
Da non occorrere più nell'espressione plurale, quando questa è singolarissima, dal non generalizzare, perché io sono arrivato solo fin lì, allora noi tutti si è arrivati fin lì.
Non è così, non è così.
sabato 18 agosto 2012
Per andare dove dobbiamo andare...
La fauna di Roquebrune è sempre bella variegata.
Vi ho trovato, come sempre da quando vi partecipo, una qualità generale ottima. Ma anche no.
Mi spiego.
E' vero, ed è vero lo ribadisco, che uno stage del genere è assolutamente fondamentale e ricchissimo di spunti su cui lavorare durante l'intero arco dell'anno (ho sempre l'impressione di "finire i sacchetti" anzitempo, dove raccogliere tutto il lavoro che lo stesso Tissier parsimoniosamente distribuisce), ma è ben più di una possibilità trovare, tra i tanti che calcano il tatami francese dalle più disparate regioni dell'Europa e oltre, un livello non poi così "superiore", che sopperisce piuttosto e di molto, la propria incapacità tecnica (vittima di troppa approssimazione e della velocità d'esecuzione, forse), con un eccessivo uso della forza muscolare, quasi a divenire non più un allenamento che fonda le sue basi sullo studio tecnico in primis, ma piuttosto una sorta di gara d'atletica, dove a spuntarla in misura decisamente subordinata è l'Aikido, quando dovrebbe essere il contrario.
Preciso: non sono di quelli che pretendono una pratica senza sforzi anzi, deve essere fisicamente impegnativa, ma per questo intendendo sempre un uso ragionato della forza, non un inutile dispendio, nonché rischiosissimo del farmi mancare/fraintendere l'obiettivo dell'allenamento.
Bisogna preparare il proprio fisico. Poiché è di li che si passa.
Ma bisogna evitare che questo divenga il nostro principale scopo, che la tecnica si esaurisca su una prova di forza e velocità, che il tutto ci decentri dall'ascoltare il momento del contatto, dalla dinamica dell'azione, che divenga appunto sforzo fine a se stesso, per il gusto di cosa, poi?
C'è una bella differenza - tanto per parafrasare un Maestro - tra l'essere dei buonissimi atleti ed essere budoka.
E sul tatami di Roquebrune, questo rischio, questa differenza alcune volte, si corre e si vede.
E me ne dispiaccio molto.
Ma ne dispiaccio perché vedo in questo, il grande torto che si fa all'anfitrione di casa, ad un Christian Tissier attentissimo nella ricerca della didattica più limpida possibile, consapevole del rischio.
Ma nonostante, accade.
Ed è così che mi ritrovo negli ultimissimi minuti di uno stage sudatissimo, a scambiare con un collega che come una perfetta macchina programmata, ripete pedissequamente le "immagini" che ha appena visto, ad una velocità degna dei centometristi, ma con un piccolissimo particolare (da non poco): scordandosi completamente del sottoscritto.
Cioè, scordandosi di quello che dovrebbe essere il centro del suo interesse.
Ora, il sottoscritto solitamente, al primo contatto con un collega appena conosciuto, cerca sempre di essere attentissimo a tutto ciò che accade, "presente il più possibile", sintetizzerei.
E di rimando, normalmente, ottengo la stessa attenzione. Ed è su queste basi, su questa partenza che ripongo tutta la fiducia possibile per un lavoro costruttivo per entrambi.
Chiaro diviene il mio disappunto, quando mi accorgo che il partner, "viaggia da solo e pure spedito".
Ed è qui allora, che mi sento in dovere di intervenire, ed introdurre la terribile e temutissima possibile variabile.
Cosa accade infatti, se nel nostro lavoro programmato fino all'ultimo movimento, il compagno con cui ci troviamo a scambiare, improvvisamente, cambia qualcosa?
Dramma. Blocco. Impossibilità di rimettere insieme i pezzi e ripartire.
Questo accade, quando ci si concentra troppo su un'immagine, sulla forza e la velocità che ci sembra di scorgere nel nostro modello, al quale vorremmo tanto somigliare.
Ed è questo che è accaduto. Con mio dispiacere, come dicevo poc'anzi.
Come nella famosa scena con Peppino e Totò: la primissima preoccupazione non è conoscere a tutti i costi il luogo della destinazione, ma essere padroni del linguaggio opportuno.
Solo così si può veramente dialogare e non finire a far monologhi, magari ironici, magari anche bellissimi da vedere, ma del tutto scollegati e privi di quel senso, che l'Aikido dovrebbe invece sempre tener presente.
Vi ho trovato, come sempre da quando vi partecipo, una qualità generale ottima. Ma anche no.
Mi spiego.
E' vero, ed è vero lo ribadisco, che uno stage del genere è assolutamente fondamentale e ricchissimo di spunti su cui lavorare durante l'intero arco dell'anno (ho sempre l'impressione di "finire i sacchetti" anzitempo, dove raccogliere tutto il lavoro che lo stesso Tissier parsimoniosamente distribuisce), ma è ben più di una possibilità trovare, tra i tanti che calcano il tatami francese dalle più disparate regioni dell'Europa e oltre, un livello non poi così "superiore", che sopperisce piuttosto e di molto, la propria incapacità tecnica (vittima di troppa approssimazione e della velocità d'esecuzione, forse), con un eccessivo uso della forza muscolare, quasi a divenire non più un allenamento che fonda le sue basi sullo studio tecnico in primis, ma piuttosto una sorta di gara d'atletica, dove a spuntarla in misura decisamente subordinata è l'Aikido, quando dovrebbe essere il contrario.
Preciso: non sono di quelli che pretendono una pratica senza sforzi anzi, deve essere fisicamente impegnativa, ma per questo intendendo sempre un uso ragionato della forza, non un inutile dispendio, nonché rischiosissimo del farmi mancare/fraintendere l'obiettivo dell'allenamento.
Bisogna preparare il proprio fisico. Poiché è di li che si passa.
Ma bisogna evitare che questo divenga il nostro principale scopo, che la tecnica si esaurisca su una prova di forza e velocità, che il tutto ci decentri dall'ascoltare il momento del contatto, dalla dinamica dell'azione, che divenga appunto sforzo fine a se stesso, per il gusto di cosa, poi?
C'è una bella differenza - tanto per parafrasare un Maestro - tra l'essere dei buonissimi atleti ed essere budoka.
E sul tatami di Roquebrune, questo rischio, questa differenza alcune volte, si corre e si vede.
E me ne dispiaccio molto.
Ma ne dispiaccio perché vedo in questo, il grande torto che si fa all'anfitrione di casa, ad un Christian Tissier attentissimo nella ricerca della didattica più limpida possibile, consapevole del rischio.
Ma nonostante, accade.
Ed è così che mi ritrovo negli ultimissimi minuti di uno stage sudatissimo, a scambiare con un collega che come una perfetta macchina programmata, ripete pedissequamente le "immagini" che ha appena visto, ad una velocità degna dei centometristi, ma con un piccolissimo particolare (da non poco): scordandosi completamente del sottoscritto.
Cioè, scordandosi di quello che dovrebbe essere il centro del suo interesse.
Ora, il sottoscritto solitamente, al primo contatto con un collega appena conosciuto, cerca sempre di essere attentissimo a tutto ciò che accade, "presente il più possibile", sintetizzerei.
E di rimando, normalmente, ottengo la stessa attenzione. Ed è su queste basi, su questa partenza che ripongo tutta la fiducia possibile per un lavoro costruttivo per entrambi.
Chiaro diviene il mio disappunto, quando mi accorgo che il partner, "viaggia da solo e pure spedito".
Ed è qui allora, che mi sento in dovere di intervenire, ed introdurre la terribile e temutissima possibile variabile.
Cosa accade infatti, se nel nostro lavoro programmato fino all'ultimo movimento, il compagno con cui ci troviamo a scambiare, improvvisamente, cambia qualcosa?
Dramma. Blocco. Impossibilità di rimettere insieme i pezzi e ripartire.
Questo accade, quando ci si concentra troppo su un'immagine, sulla forza e la velocità che ci sembra di scorgere nel nostro modello, al quale vorremmo tanto somigliare.
Ed è questo che è accaduto. Con mio dispiacere, come dicevo poc'anzi.
Come nella famosa scena con Peppino e Totò: la primissima preoccupazione non è conoscere a tutti i costi il luogo della destinazione, ma essere padroni del linguaggio opportuno.
Solo così si può veramente dialogare e non finire a far monologhi, magari ironici, magari anche bellissimi da vedere, ma del tutto scollegati e privi di quel senso, che l'Aikido dovrebbe invece sempre tener presente.
venerdì 3 agosto 2012
L'arte segreta della pialla da falegname
L'uso della pialla da falegname comprende tre stadi: la sgrossatura, la levigatura intermedia e quella fine.
Nel piallare di grosso il corpo viene mantenuto fermo, l'addome irrigidito, le anche messe nella giusta posizione, si mette forza uguale nelle due mani e si procede.
In breve, si mette forza in tutto il corpo senza potersi rilassare; non si può piallare di grosso se non con forza.
In seguito si esegue una piallatura intermedia: stavolta non si deve usare tutta la forza; il tocco naturale delle mani aumenta e diminuisce la pressione, questo livello è una preparazione per quello successivo. Se però la continuità tra sgrossatura e la piallatura intermedia viene interrotta dalla mancanza di concentrazione, il lavoro non potrà essere eseguito ad arte.
Dalla piallatura intermedia si passa a quella di fino; qui si lisciano le irregolarità lasciate dagli stadi precedenti.
Se si sta lavorando su un pilastro, si deve andare da cima a fondo, con un unico movimento della pialla. Andando da cima a fondo, è fondamentale mantenere il cuore in perfetto ordine.
Se il cuore non è in ordine, compariranno varie irregolarità e il lavoro non potrà essere condotto a buon fine.
Il segreto è il giusto controllo.
Mente, corpo e tecnica devono funzionare assieme nello stesso modo. "Mente, corpo e tecnica" corrispondono a "pialla, carpentiere e pilastro". Se si pensa che sia il carpentiere a piallare, a che serve la pialla? Se si pensa che sia la pialla a piallare, a che serve il pilastro? Mente, corpo e tecnica funzionano assieme in modo simile a quello di pialla, carpentiere e pilastro; se non si capisce questa interdipendenza non si sarà in grado di fare un bel pilastro per quanto ci si eserciti con la pialla.
Per fare un bel pilastro, bisogna cominciare con lo sgrossare. Una volta padroneggiato questo stadio, si potranno padroneggiare gli altri due.
La piallatura di fino è la "tecnica segreta". Questa tecnica segreta non è niente di speciale; alla fine si dimenticano mente, corpo e tecnica e si procede senza intoppi fino a completare il lavoro.
Non pensare più a finire la lisciatura e non parlare più di tecnica o di altro è uno stato d'essere meraviglioso.
E' inutile chiedere come si possa raggiungere questo stato - la lisciatura di fino si può imparare da soli; non si può mai ottenere da un altro.
Yamaoka Tesshu, Aprile 1884
Ci sono ancora molte cose "oscure", per il sottoscritto, dentro questo breve insegnamento di Tesshu.
Ma di certo, alcuni degli aspetti che egli descrive rispecchiano perfettamente quello che è il mio stato d'animo attuale. Come insegnante, come Budoka, come essere umano.
E tali aspetti "risuonano" ancora più forte, ogni qual volta mi ritrovi ad un bivio, che sia questo un piccolissimo viaggio, come quello che sto per intraprendere, o qualcosa di davvero determinante per il mio futuro.
Ed è qui che mi fermo, appunto, a chiedermi dove io sia, veramente.
Tra non molto tempo, forse, dovrò sostenere l'ultimo esame per il passaggio di grado, che nella federazione di cui faccio parte è il IV Dan.
L'ultima occasione di essere esaminato da una commissione nazionale di alti gradi della disciplina, l'ultima occasione formale, di dimostrare quello che è il mio Aikido, la mia espressione di tale Arte, che cosa ho veramente capito io. Qualcosa di mio, meglio, qualcosa di me, qualcosa che sia io.
Ed è arduo, scegliere di non scendere a compromesso alcuno.
Nel piallare di grosso il corpo viene mantenuto fermo, l'addome irrigidito, le anche messe nella giusta posizione, si mette forza uguale nelle due mani e si procede.
In breve, si mette forza in tutto il corpo senza potersi rilassare; non si può piallare di grosso se non con forza.
In seguito si esegue una piallatura intermedia: stavolta non si deve usare tutta la forza; il tocco naturale delle mani aumenta e diminuisce la pressione, questo livello è una preparazione per quello successivo. Se però la continuità tra sgrossatura e la piallatura intermedia viene interrotta dalla mancanza di concentrazione, il lavoro non potrà essere eseguito ad arte.
Dalla piallatura intermedia si passa a quella di fino; qui si lisciano le irregolarità lasciate dagli stadi precedenti.
Se si sta lavorando su un pilastro, si deve andare da cima a fondo, con un unico movimento della pialla. Andando da cima a fondo, è fondamentale mantenere il cuore in perfetto ordine.
Se il cuore non è in ordine, compariranno varie irregolarità e il lavoro non potrà essere condotto a buon fine.
Il segreto è il giusto controllo.
Mente, corpo e tecnica devono funzionare assieme nello stesso modo. "Mente, corpo e tecnica" corrispondono a "pialla, carpentiere e pilastro". Se si pensa che sia il carpentiere a piallare, a che serve la pialla? Se si pensa che sia la pialla a piallare, a che serve il pilastro? Mente, corpo e tecnica funzionano assieme in modo simile a quello di pialla, carpentiere e pilastro; se non si capisce questa interdipendenza non si sarà in grado di fare un bel pilastro per quanto ci si eserciti con la pialla.
Per fare un bel pilastro, bisogna cominciare con lo sgrossare. Una volta padroneggiato questo stadio, si potranno padroneggiare gli altri due.
La piallatura di fino è la "tecnica segreta". Questa tecnica segreta non è niente di speciale; alla fine si dimenticano mente, corpo e tecnica e si procede senza intoppi fino a completare il lavoro.
Non pensare più a finire la lisciatura e non parlare più di tecnica o di altro è uno stato d'essere meraviglioso.
E' inutile chiedere come si possa raggiungere questo stato - la lisciatura di fino si può imparare da soli; non si può mai ottenere da un altro.
Yamaoka Tesshu, Aprile 1884
Ci sono ancora molte cose "oscure", per il sottoscritto, dentro questo breve insegnamento di Tesshu.
Ma di certo, alcuni degli aspetti che egli descrive rispecchiano perfettamente quello che è il mio stato d'animo attuale. Come insegnante, come Budoka, come essere umano.
E tali aspetti "risuonano" ancora più forte, ogni qual volta mi ritrovi ad un bivio, che sia questo un piccolissimo viaggio, come quello che sto per intraprendere, o qualcosa di davvero determinante per il mio futuro.
Ed è qui che mi fermo, appunto, a chiedermi dove io sia, veramente.
Tra non molto tempo, forse, dovrò sostenere l'ultimo esame per il passaggio di grado, che nella federazione di cui faccio parte è il IV Dan.
L'ultima occasione di essere esaminato da una commissione nazionale di alti gradi della disciplina, l'ultima occasione formale, di dimostrare quello che è il mio Aikido, la mia espressione di tale Arte, che cosa ho veramente capito io. Qualcosa di mio, meglio, qualcosa di me, qualcosa che sia io.
Ed è arduo, scegliere di non scendere a compromesso alcuno.
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