Anni fa, leggendo superficialmente le parole di un maestro, mi convinsi che quella fosse l'unica maniera per progredire nella pratica del Budo.
Egli parlava apertamente di quanto il Budo fosse pratica al singolare, di quanto si trattasse di intima autodisciplina, e che quindi noi e solo noi fossimo il vero motore della crescita.
Tutto ciò che si faceva, in ultima analisi, era per un qualcosa di finemente egoistico, perchè l'obiettivo era sempre e comunque rivolto verso le nostre abilità, verso la nostra autoeducazione, verso una crescita del singolo a discapito di una massa che non aveva interesse ad evolvere veramente.
Anni fa, questo.
Poi le cose cambiarono, in qualche modo io maturai e con me le mie convinzioni, che reputavo non incrollabili (e forse questo è il punto), mutarono. Per fortuna.
La condivisione con molti, se non degli stessi obiettivi (perchè l'Aikido è vasto e malleabile, anche per questo) certamente della mia stessa passione, mi portò ad allargare il soggetto di tutta la mia concentrazione. Gradualmente mi accorsi che il vero soggetto non potevo essere solo e soltanto io.
L'Aikido ha una didattica strana. La "base" passa attraverso l'uso (lo studio) di esercizi, che stabiliscono a priori reazioni e comportamenti, sia nostri che del nostro compagno di allenamento.
E' pratica a due, costante, ma non immobile. L'esigenza di imparare un linguaggio, per far si che vi sia vera interazione tra i soggetti alla fine, non può che portare all'evolvere di entrambi.
In poche parole, imparai a comprendere e ad avere a cuore l'evoluzione non solo mia, ma anche del mio compagno attraverso la pratica.
Come se non avessi mai "visto" realmente, compresi che la natura intima di questo Budo non potesse prescindere dalla crescita comune, forzandomi a volere, pretendere, un miglioramento che non fosse solo il mio. Più io miglioravo, più avevo bisogno che gli altri intorno a me, migliorassero.
Era necessario per la mia stessa evoluzione. Dunque cominciai a mettere in dubbio la mia comprensione delle parole del maestro, che tanto avevano fatto presa sul mio immaginario. Come poteva essere pratica egoistica, se per il vero progredire c'era una dipendenza così profonda dall'altro? E' vero, il primo obiettivo poteva non essersi spostato di una virgola (l'autoperfezionamento), ma sicuramente lo stato interno con cui affrontavo la pratica si.
L'Aikido è un'Arte strana. Per la sua comprensione sempre più alta, sempre più vicina alla vera padronanza, sempre più vera e meno confinata in schemi e strutture, ha il vitale bisogno di almeno un altro essere umano. E come è vitale questo, è vitale che questi migliori insieme a me.
Comprendere questo è comprendere che nessuno può davvero migliorarsi senza il contributo degli altri, che nessuno può recitare sul serio la parte del samurai solitario, perchè da solo, egli stesso non potrà fare un passo. Nessun uomo è un'isola come recitava John Donne, neanche (e forse ancor più) nell'Aikido.
Esistono due ruote nel Budo, diceva sempre lo stesso maestro: "Servono due ruote per mandare avanti il carretto, con una sola non potremmo muoverci, al più girare in tondo su noi stessi".
Due ruote sono fondamentali.
Le due ruote (che nascondono ancora e ancora significati), siamo anche noi persone signolari, e il gruppo in cui ci alleniamo. Il gruppo che sosteniamo e che ci sostiene, se è il progredire sempre di più, il nostro vero obiettivo.
Lasciare da parte egoismi e protagonismo è vitale, perchè non è quello "vero egoismo", volersi bene davvero è voler bene anche all'altro, rimanere soli è ridursi allo sterile, senza progressi.
lunedì 9 aprile 2012
domenica 26 febbraio 2012
Conosci la tua velocità
E' essenziale conoscere la propria velocità.
Quando pratichiamo. Ma anche non. Cosa vuol dire esattamente conoscere la propria velocità? Sapere quanto facciamo nei 200 metri? No. Non si tratta di questo ovviamente, come sempre. Conoscere la propria velocità significa non spaventarci di fronte all'inaspettato, gestire il momento dinamico della tecnica senza accelerare (la paura, la foga nel concludere la tecnica, come se avessimo qualcuno che tiene il nostro tempo) ma armonizzandoci con il nostro partner d'allenamento, saper valutare il momento di un'entrata, l'inizio di uno squilibrio, così come il fermare l'azione se è necessario, se non vi è risposta, comunicazione, se è così che ha scelto la persona che con noi sta praticando Aikido in quell'esatto momento.
Conoscere questo, significa in misura sottile conoscere meglio noi stessi, la nostra paura appunto, che va gestita, non allontanata frettolosamente (indagata, piuttosto: perchè abbiamo paura? Che cosa ci fa paura?), ci permetterà di poter finalmente valutare quello che è il prossimo passo, così importante, fondamentale, sia che ci si ritrovi su un tatami, sia nella vita di tutti i giorni. Non crederete mica, che l'Aikido serva solo a sconfiggere gli avversari immaginari che la nostra mente va a creare (il cattivo dei film di Steven Seagal)? Divene molto più utile e profondo, se si riesce ad andare oltre questa lucida superficie che ci rassicura, ma che è immaginaria, dunque ci inganna per davvero. Il prossimo passo, che è sempre evoluzione nel cammino, che ci deve accompagnare. E si tratta di cammino, non di "corsa", dunque sapere a che velocità andiamo, comincia così ad essere notizia rilevante, per nulla da ignorare.
Ma se è vero tutto questo astratto, quanto è vero nel momento del confronto, tra le mura del nostro dojo? In questo sta appunto tutto il nostro lavoro. Riconoscere il nostro tempo, ci aiuterà inevitabilmente a conoscere e tenere il tempo del nostro avversario, nell'auspicabile prospettiva della continuità, quando questa sarà richiesta (non da noi), nel ritmo spezzato, quando questo sarà imposto (questo sì, da noi). Ovvio che si tratti di uno studio complesso, una ricerca che non ha mai davvero fine (per fortuna, aggiungo), che ci vede impegnati ad ogni scambio, di volta in volta, con persone differenti così come con la stessa, ma che per inevitabile natura, mai si proporrà sempre ugualmente perfetta. Divenendo così, con questa proposta sempre nuova, il vero tesoro del nostro allenamento, la vera ricchezza da far fruttare per il bene della nostra crescita, attraverso l'Arte che abbiamo deciso di seguire, attraverso un Aikido che per tutte queste ragioni, non sta mai fermo, di cui dovremmo imparare a conoscere la vera velocità.
Quando pratichiamo. Ma anche non. Cosa vuol dire esattamente conoscere la propria velocità? Sapere quanto facciamo nei 200 metri? No. Non si tratta di questo ovviamente, come sempre. Conoscere la propria velocità significa non spaventarci di fronte all'inaspettato, gestire il momento dinamico della tecnica senza accelerare (la paura, la foga nel concludere la tecnica, come se avessimo qualcuno che tiene il nostro tempo) ma armonizzandoci con il nostro partner d'allenamento, saper valutare il momento di un'entrata, l'inizio di uno squilibrio, così come il fermare l'azione se è necessario, se non vi è risposta, comunicazione, se è così che ha scelto la persona che con noi sta praticando Aikido in quell'esatto momento.
Conoscere questo, significa in misura sottile conoscere meglio noi stessi, la nostra paura appunto, che va gestita, non allontanata frettolosamente (indagata, piuttosto: perchè abbiamo paura? Che cosa ci fa paura?), ci permetterà di poter finalmente valutare quello che è il prossimo passo, così importante, fondamentale, sia che ci si ritrovi su un tatami, sia nella vita di tutti i giorni. Non crederete mica, che l'Aikido serva solo a sconfiggere gli avversari immaginari che la nostra mente va a creare (il cattivo dei film di Steven Seagal)? Divene molto più utile e profondo, se si riesce ad andare oltre questa lucida superficie che ci rassicura, ma che è immaginaria, dunque ci inganna per davvero. Il prossimo passo, che è sempre evoluzione nel cammino, che ci deve accompagnare. E si tratta di cammino, non di "corsa", dunque sapere a che velocità andiamo, comincia così ad essere notizia rilevante, per nulla da ignorare.
Ma se è vero tutto questo astratto, quanto è vero nel momento del confronto, tra le mura del nostro dojo? In questo sta appunto tutto il nostro lavoro. Riconoscere il nostro tempo, ci aiuterà inevitabilmente a conoscere e tenere il tempo del nostro avversario, nell'auspicabile prospettiva della continuità, quando questa sarà richiesta (non da noi), nel ritmo spezzato, quando questo sarà imposto (questo sì, da noi). Ovvio che si tratti di uno studio complesso, una ricerca che non ha mai davvero fine (per fortuna, aggiungo), che ci vede impegnati ad ogni scambio, di volta in volta, con persone differenti così come con la stessa, ma che per inevitabile natura, mai si proporrà sempre ugualmente perfetta. Divenendo così, con questa proposta sempre nuova, il vero tesoro del nostro allenamento, la vera ricchezza da far fruttare per il bene della nostra crescita, attraverso l'Arte che abbiamo deciso di seguire, attraverso un Aikido che per tutte queste ragioni, non sta mai fermo, di cui dovremmo imparare a conoscere la vera velocità.
domenica 15 gennaio 2012
Quello che non c'è
"Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è".
Manuel Agnelli, Afterhours
Sembra difficile lo sò. Alle volte guardiamo, giudichiamo, soppesiamo, ci facciamo un'idea e poi pensiamo che sia lì, che il tutto si concluda con quell'idea, che non ci sia più bisogno di investirvi altro tempo e che, come sempre, abbiamo capito tutto noi. Sembra difficile dicevo, tornarvi e ridiscutere la nostra posizione, mettere in crisi (e come crisi in senso etimologico, vado a intendere il giudizio di un'idea), la nostra primissima impressione. Ma chi non cambia mai idea si sa, non cresce, e a me, per esempio, interessa crescere. Dunque ci si può imbattere in qualcosa che inizialmente non capiamo, perchè mancano alla nostra esperienza una serie di fattori che ci permettano una discussione oggettiva (o tendente a tale oggettività, che mi sembra pure più corretto), per poter davvero parlare di un fatto, di un'esperienza, per conoscenza diretta.
Poi c'è l'internet (con quell'articolo che tanto mi piace e che tanto geekizza e allontana da un'analisi troppo seriosa, che non prendo veramente in esame ora), con la sua comunicazione democraticamente allargata, questa meravigliosa libertà, in cui è possibile esprimersi totalmente, con la sicurezza quasi totale che questa barriera ci consente (che è lama a doppio taglio, però), del non dover per forza giustificare le nostre affermazioni, del non dover per forza argomentarle, insomma del non dover per forza empiristicamente dimostrare ad alcuno, che si ha propria cognizione di causa.
Ed è così che è possibile imbattersi in questo.
Lo shihan in questione si chiama Nobuyuki Watanabe, ed è uno dei maestri più anziani dell'Hombu Dojo Aikikai di Tokyo.
La prima cosa che notiamo, la cosa che più crea in noi una sorta di bisticcio mentale, è la totale assenza (o quasi) di 'contatto', tra il maestro e i suoi allievi. Ed in un contesto immaginario come quello dell'idea di arti marziali comunemente diffusa (vero luogo della mente, piuttosto che concretezza spicciola), è facile concludere che si tratti di un qualcosa di artificioso, non reale, con sincera crudeltà, semplicemente finto.
Ma a che cosa deve rispondere il video del maestro Watanabe? Quale è la domanda che ci si aspetta venga risolta da tale dimostrazione? Cosa vogliamo davvero "vedere" in quel video?
Con semplici domande come queste è già possibile l'instaurarsi dei dubbi sul nostro perentorio giudizio iniziale. Si perchè se è finto tutto ciò che vediamo, in base a quali parametri abbiamo stabilito che questa è finzione? Ed infine, cosa che sbilancia completamente tutto l'ordine di idee su cui ci poggiavamo, quale esperienza diretta, empirica, ci siamo costruiti su tale argomento? Conosciamo direttamente il maestro Watanabe? Sappiamo che cos'è o cosa non è l'Aikido? Abbiamo mai praticato l'Aikido?
No, non si tratta di giustificare un qualcosa, per il fine ultimo di far credere quanto efficace sia tale arte marziale (io personalmente, non me ne occupo quasi più), ma di pensare ad analizzare con un metro che prima non avevamo preso in considerazione. E per tornare all'analisi del video proposto, ciò che dobbiamo imparare a vedere è quello che in effetti non si vede, quello che non c'è.
E le primissime cose che non ci sono, sono principalmente due. La prima è il costrutto immaginario che ci imbroglia. La nostra personale idea di che cosa è un'arte marziale, dicevo; idea dunque influenzata da diversissimi fattori d'esperienza, che per processo automatico, vanno a catalogare quanto si è visto, considerandolo corrispondente o meno, alla nostra (e solo nostra) idea iniziale. E non ci si è ancora posti appunto, se ciò di cui siamo testimoni voglia dimostrare proprio la tesi che già vorremmo confutare. Si chiama non corrispondenza, questa.
La seconda, è diretta conseguenza della prima, ovviamente. Siamo davvero in possesso di un'esperienza (tradotta in mezzi), che ci consenta di comprendere pienamente quello che abbiamo di fronte? Nella maggior parte dei casi, no.
Il video non palesa volutamente (è cioè decisione volontaria del maestro non mostrare, anche mostrando), quelle che sono le effettive linee d'entrata che si aprono nella difesa di uke, nella costruzione stessa dell'attacco, del tempo e della distanza con cui questo stesso viene condotto (ma-ai), il tutto evidenziato da un uke (fattore fondamentale), che è allievo diretto di Watanabe, e che quindi ha sviluppato negli anni una tale sensibilità da poter leggerne l'intenzione e sentire davvero un'entrata corretta su una linea, che non necessita più, a questo punto, di contatto diretto, perchè ad egli è visibile e concreta abbastanza. Questo perchè l'allenamento con tale maestro (allenamento durato anni) ha permesso all'uke di sviluppare una comprensione di che cosa è l'Aikido, su quali principi fondamentali si fonda e si muove, e allo shihan di concedersi la possibilità di non dover più intervenire palesando chiaramente un gesto, una posizione, una tecnica, ma solo accennarla. E' un lavoro profondo, che normalmente non viene compreso abbastanza e talvolta osteggiato. Ma di nuovo non credo (questa è convinzione mia personale), che lo stesso Watanabe pretenda sia così per tutti, ed aggiungo, altrettanto non credo sia auspicabile per chi, di pratica di Aikido, non ha che appena un ventennio. Ma ciò non mi autorizza, a svalutare e banalizzare il lavoro di un autorevolissimo maestro, che sul tatami ha passato un'intera vita (cinquantaquattro anni di pratica, si il conto l'ho fatto io per voi) a sudare e studiare questa incredibile Arte. Solo perchè io non vedo, quello che in effetti c'è.
Manuel Agnelli, Afterhours
Sembra difficile lo sò. Alle volte guardiamo, giudichiamo, soppesiamo, ci facciamo un'idea e poi pensiamo che sia lì, che il tutto si concluda con quell'idea, che non ci sia più bisogno di investirvi altro tempo e che, come sempre, abbiamo capito tutto noi. Sembra difficile dicevo, tornarvi e ridiscutere la nostra posizione, mettere in crisi (e come crisi in senso etimologico, vado a intendere il giudizio di un'idea), la nostra primissima impressione. Ma chi non cambia mai idea si sa, non cresce, e a me, per esempio, interessa crescere. Dunque ci si può imbattere in qualcosa che inizialmente non capiamo, perchè mancano alla nostra esperienza una serie di fattori che ci permettano una discussione oggettiva (o tendente a tale oggettività, che mi sembra pure più corretto), per poter davvero parlare di un fatto, di un'esperienza, per conoscenza diretta.
Poi c'è l'internet (con quell'articolo che tanto mi piace e che tanto geekizza e allontana da un'analisi troppo seriosa, che non prendo veramente in esame ora), con la sua comunicazione democraticamente allargata, questa meravigliosa libertà, in cui è possibile esprimersi totalmente, con la sicurezza quasi totale che questa barriera ci consente (che è lama a doppio taglio, però), del non dover per forza giustificare le nostre affermazioni, del non dover per forza argomentarle, insomma del non dover per forza empiristicamente dimostrare ad alcuno, che si ha propria cognizione di causa.
Ed è così che è possibile imbattersi in questo.
Lo shihan in questione si chiama Nobuyuki Watanabe, ed è uno dei maestri più anziani dell'Hombu Dojo Aikikai di Tokyo.
La prima cosa che notiamo, la cosa che più crea in noi una sorta di bisticcio mentale, è la totale assenza (o quasi) di 'contatto', tra il maestro e i suoi allievi. Ed in un contesto immaginario come quello dell'idea di arti marziali comunemente diffusa (vero luogo della mente, piuttosto che concretezza spicciola), è facile concludere che si tratti di un qualcosa di artificioso, non reale, con sincera crudeltà, semplicemente finto.
Ma a che cosa deve rispondere il video del maestro Watanabe? Quale è la domanda che ci si aspetta venga risolta da tale dimostrazione? Cosa vogliamo davvero "vedere" in quel video?
Con semplici domande come queste è già possibile l'instaurarsi dei dubbi sul nostro perentorio giudizio iniziale. Si perchè se è finto tutto ciò che vediamo, in base a quali parametri abbiamo stabilito che questa è finzione? Ed infine, cosa che sbilancia completamente tutto l'ordine di idee su cui ci poggiavamo, quale esperienza diretta, empirica, ci siamo costruiti su tale argomento? Conosciamo direttamente il maestro Watanabe? Sappiamo che cos'è o cosa non è l'Aikido? Abbiamo mai praticato l'Aikido?
No, non si tratta di giustificare un qualcosa, per il fine ultimo di far credere quanto efficace sia tale arte marziale (io personalmente, non me ne occupo quasi più), ma di pensare ad analizzare con un metro che prima non avevamo preso in considerazione. E per tornare all'analisi del video proposto, ciò che dobbiamo imparare a vedere è quello che in effetti non si vede, quello che non c'è.
E le primissime cose che non ci sono, sono principalmente due. La prima è il costrutto immaginario che ci imbroglia. La nostra personale idea di che cosa è un'arte marziale, dicevo; idea dunque influenzata da diversissimi fattori d'esperienza, che per processo automatico, vanno a catalogare quanto si è visto, considerandolo corrispondente o meno, alla nostra (e solo nostra) idea iniziale. E non ci si è ancora posti appunto, se ciò di cui siamo testimoni voglia dimostrare proprio la tesi che già vorremmo confutare. Si chiama non corrispondenza, questa.
La seconda, è diretta conseguenza della prima, ovviamente. Siamo davvero in possesso di un'esperienza (tradotta in mezzi), che ci consenta di comprendere pienamente quello che abbiamo di fronte? Nella maggior parte dei casi, no.
Il video non palesa volutamente (è cioè decisione volontaria del maestro non mostrare, anche mostrando), quelle che sono le effettive linee d'entrata che si aprono nella difesa di uke, nella costruzione stessa dell'attacco, del tempo e della distanza con cui questo stesso viene condotto (ma-ai), il tutto evidenziato da un uke (fattore fondamentale), che è allievo diretto di Watanabe, e che quindi ha sviluppato negli anni una tale sensibilità da poter leggerne l'intenzione e sentire davvero un'entrata corretta su una linea, che non necessita più, a questo punto, di contatto diretto, perchè ad egli è visibile e concreta abbastanza. Questo perchè l'allenamento con tale maestro (allenamento durato anni) ha permesso all'uke di sviluppare una comprensione di che cosa è l'Aikido, su quali principi fondamentali si fonda e si muove, e allo shihan di concedersi la possibilità di non dover più intervenire palesando chiaramente un gesto, una posizione, una tecnica, ma solo accennarla. E' un lavoro profondo, che normalmente non viene compreso abbastanza e talvolta osteggiato. Ma di nuovo non credo (questa è convinzione mia personale), che lo stesso Watanabe pretenda sia così per tutti, ed aggiungo, altrettanto non credo sia auspicabile per chi, di pratica di Aikido, non ha che appena un ventennio. Ma ciò non mi autorizza, a svalutare e banalizzare il lavoro di un autorevolissimo maestro, che sul tatami ha passato un'intera vita (cinquantaquattro anni di pratica, si il conto l'ho fatto io per voi) a sudare e studiare questa incredibile Arte. Solo perchè io non vedo, quello che in effetti c'è.
domenica 8 gennaio 2012
Presumibilmente poichè sono un artista nelle arti marziali
Il vento avverso. Le persone pesanti.
L'ignoranza manifesta.
La superficialità e la supponenza.
Le umiliazioni e il correre come dei pazzi.
Parlare e avvertire chiaramente di non esser ascoltati.
La maleducazione e i finti sorrisi, il disordine e i disordinati,
il trovare soluzioni disperate all'ultimo minuto per problemi creati
ad arte da un mucchio di pezzi di merda.
Non ti preoccupare, non ti preoccupare.
Respira.
E' solo allenamento.
L'ignoranza manifesta.
La superficialità e la supponenza.
Le umiliazioni e il correre come dei pazzi.
Parlare e avvertire chiaramente di non esser ascoltati.
La maleducazione e i finti sorrisi, il disordine e i disordinati,
il trovare soluzioni disperate all'ultimo minuto per problemi creati
ad arte da un mucchio di pezzi di merda.
Non ti preoccupare, non ti preoccupare.
Respira.
E' solo allenamento.
domenica 11 dicembre 2011
Do or do not. There is no try
"Ho dell'ottimo cuoio da vendere a chi vuole farsi le scarpe."
Georges I. Gurdjieff
Non so quanto possa starvi a cuore la progressione. Quando parlo di progressione, ovvio che intenda non la capacità (o la conoscenza) di eseguire migliaia di tecniche diverse (per diverse dovremmo aprire una parantesi piuttosto lunga, poi), quasi che fossimo una sorta di enciclopedia vivente che cataloga ed esegue le più disparate tecniche e le loro applicazioni. Non intendo chiaramente questo. Quando parlo di progressione, per la verità intendo in effetti il suo significato più letterale, quello dell'andare avanti, del muoverci verso un obiettivo, più o meno chiaro all'interno di ognuno di noi. Ecco, mi chiedo quanto vi stia a cuore tale progressione. Perchè in essa, come in molte altre cose nella vita, è possibile scorgervi più piani di comprensione, più chiavi di lettura. Progressione non è appunto sola esclusiva del piano tecnico che la nostra disciplina comporta, e certamente non è assolutamente quantificabile dal numero di tecniche che imparo in palestra o nel dojo ci mancherebbe, e nemmeno la capacità di eseguirle con veloce sicurezza. No, non credo che questa sia vera progressione nel cammino che abbiamo deciso di intraprendere. Perchè l'andare avanti che al sottoscritto sta a cuore, è un andare avanti e in profondità in ciò che è si tecnica, ma nel suo lato più impercettibile, è il cercare di cogliere delle linee guida facenti parte di ogni tecnica e dunque di ogni sua variante, un qualcosa che è presente sempre e comunque, senza il quale è semplicemente impossibile anche solo parlare di fare Aikido. L'obiettivo è progredire verso questo. Vi sono molte strade poi, che ci permettono di perseguire l'obiettivo, certo. Ma ognuna di esse, non inganniamoci, richiede comunque sacrificio, dedizione. Richiede l'ostinazione necessaria a farci scavare e scavare, anche quando non vorremmo occuparcene. E' un impegno e nessuno in nessun tempo ci ha garantito che così non sarebbe stato. Se la progressione ci sta a cuore per davvero, se il nostro è impegno sincero per davvero. Altrimenti non è possibile. Altrimenti non potremmo mai e poi mai avanzare pretese di sorta. Non possiamo davvero credere che l'Aikido sia disciplina a cui è sufficiente dedicare del tempo sporadico e poca concentrazione. Un hobby. Ci si sta ingannando se così è e forse, parer mio, si sta perdendo del tempo da dedicare magari a qualcosa che ci vedrebbe più felici, più realizzati. Si, perchè altra cosa che non ci è stata promessa è l'evitare di venire a patti più o meno ciclicamente con la frustrazione, che questa disciplina ci regala a piene mani. Ma è una frustrazione a ben vedere positiva, è del genere che passa attraverso l'autoanalisi con lo scopo della crescita, del miglioramento continuo. Dunque ben venga anch'essa. Tutto questo continuo lavorare su di sè, tutto questo procedere passo passo, con fatica, alla ricerca di un qualcosa che ci si è guadagnati per davvero, con le nostre forze, il fisico come l'intelletto, tutto ciò è la progressione che a me sta a cuore. Da qui è possibile emergere, dopo tanto scavare, più consapevoli, più "grandi". E' giusto che vi dica che non credo al motto reso famoso da non so chi e che recita più o meno: "L'Aikido è per tutti...". Non ci credo, a meno che non si voglia sottolineare l'importanza enorme, presente nella seconda frase del motto, che infatti recita: "... ma non tutti sono per l'Aikido". No infatti, non è per quelli che cercano una strada facile. Perchè una strada facile per progredire, semplicemente non esiste.
Recentemente mi è capitato di rivedere Karate Kid. Quello bello intendo, con Morita e Macchio. Una delle scene chiave (no, non del film, una delle scene chiave per me), anzi direi LA scena chiave, è appena poco prima che il protagonista si impegni in quello che negli anni è assunto a vero e proprio mantra per chi, di Arti Marziali, non ha mai capito una sega (il celeberrimo metti, togli blablabla...).
Ecco se vi ricapita, prestate attenzione a cosa il maestro Kesuke Miyagi dice all'inconsapevole Daniel san, quasi come fosse un segreto, ma di quelli importanti, da dire raccolti, accovacciati: "Walk on road, hm? Walk left side, safe. Walk right side, safe. Walk middle, soon or later, get squish just like a grape. Here, Karate, same thing. Either you Karate do 'yes', or Karate do 'no'. You Karate do 'guess so', just like grape. Understand?". Si.
Georges I. Gurdjieff
Non so quanto possa starvi a cuore la progressione. Quando parlo di progressione, ovvio che intenda non la capacità (o la conoscenza) di eseguire migliaia di tecniche diverse (per diverse dovremmo aprire una parantesi piuttosto lunga, poi), quasi che fossimo una sorta di enciclopedia vivente che cataloga ed esegue le più disparate tecniche e le loro applicazioni. Non intendo chiaramente questo. Quando parlo di progressione, per la verità intendo in effetti il suo significato più letterale, quello dell'andare avanti, del muoverci verso un obiettivo, più o meno chiaro all'interno di ognuno di noi. Ecco, mi chiedo quanto vi stia a cuore tale progressione. Perchè in essa, come in molte altre cose nella vita, è possibile scorgervi più piani di comprensione, più chiavi di lettura. Progressione non è appunto sola esclusiva del piano tecnico che la nostra disciplina comporta, e certamente non è assolutamente quantificabile dal numero di tecniche che imparo in palestra o nel dojo ci mancherebbe, e nemmeno la capacità di eseguirle con veloce sicurezza. No, non credo che questa sia vera progressione nel cammino che abbiamo deciso di intraprendere. Perchè l'andare avanti che al sottoscritto sta a cuore, è un andare avanti e in profondità in ciò che è si tecnica, ma nel suo lato più impercettibile, è il cercare di cogliere delle linee guida facenti parte di ogni tecnica e dunque di ogni sua variante, un qualcosa che è presente sempre e comunque, senza il quale è semplicemente impossibile anche solo parlare di fare Aikido. L'obiettivo è progredire verso questo. Vi sono molte strade poi, che ci permettono di perseguire l'obiettivo, certo. Ma ognuna di esse, non inganniamoci, richiede comunque sacrificio, dedizione. Richiede l'ostinazione necessaria a farci scavare e scavare, anche quando non vorremmo occuparcene. E' un impegno e nessuno in nessun tempo ci ha garantito che così non sarebbe stato. Se la progressione ci sta a cuore per davvero, se il nostro è impegno sincero per davvero. Altrimenti non è possibile. Altrimenti non potremmo mai e poi mai avanzare pretese di sorta. Non possiamo davvero credere che l'Aikido sia disciplina a cui è sufficiente dedicare del tempo sporadico e poca concentrazione. Un hobby. Ci si sta ingannando se così è e forse, parer mio, si sta perdendo del tempo da dedicare magari a qualcosa che ci vedrebbe più felici, più realizzati. Si, perchè altra cosa che non ci è stata promessa è l'evitare di venire a patti più o meno ciclicamente con la frustrazione, che questa disciplina ci regala a piene mani. Ma è una frustrazione a ben vedere positiva, è del genere che passa attraverso l'autoanalisi con lo scopo della crescita, del miglioramento continuo. Dunque ben venga anch'essa. Tutto questo continuo lavorare su di sè, tutto questo procedere passo passo, con fatica, alla ricerca di un qualcosa che ci si è guadagnati per davvero, con le nostre forze, il fisico come l'intelletto, tutto ciò è la progressione che a me sta a cuore. Da qui è possibile emergere, dopo tanto scavare, più consapevoli, più "grandi". E' giusto che vi dica che non credo al motto reso famoso da non so chi e che recita più o meno: "L'Aikido è per tutti...". Non ci credo, a meno che non si voglia sottolineare l'importanza enorme, presente nella seconda frase del motto, che infatti recita: "... ma non tutti sono per l'Aikido". No infatti, non è per quelli che cercano una strada facile. Perchè una strada facile per progredire, semplicemente non esiste.
Recentemente mi è capitato di rivedere Karate Kid. Quello bello intendo, con Morita e Macchio. Una delle scene chiave (no, non del film, una delle scene chiave per me), anzi direi LA scena chiave, è appena poco prima che il protagonista si impegni in quello che negli anni è assunto a vero e proprio mantra per chi, di Arti Marziali, non ha mai capito una sega (il celeberrimo metti, togli blablabla...).
Ecco se vi ricapita, prestate attenzione a cosa il maestro Kesuke Miyagi dice all'inconsapevole Daniel san, quasi come fosse un segreto, ma di quelli importanti, da dire raccolti, accovacciati: "Walk on road, hm? Walk left side, safe. Walk right side, safe. Walk middle, soon or later, get squish just like a grape. Here, Karate, same thing. Either you Karate do 'yes', or Karate do 'no'. You Karate do 'guess so', just like grape. Understand?". Si.
martedì 22 novembre 2011
Tu non sei speciale
"Non nello spazio devo cercare la mia dignità,
ma nell'uso regolato del mio pensiero.
Non otterrei alcuna superiorità col possesso
di terre: con lo spazio, l'universo mi comprende
e mi inghiottisce come un punto; col pensiero,
io lo comprendo."
Blaise Pascal
Forse dovremmo smettere eh? Che ne dite? Smettere di presumere sugli altri. Smettere di pensare che ciò che abbiam capito noi, lo abbiamo capito noi soltanto, e il resto del mondo è stupido e inconsapevole. Perchè, quando ci si trova difronte ad un compagno d'allenamento, a qualcuno che come noi ha deciso di intraprendere la Via dell'Aikido, indipendentemente dal grado, dallo stato sociale, dalle sue esperienze che non conosciamo e che mai conosceremo veramente, dobbiamo per forza far sì che in noi si faccia largo il subdolo pensiero, quella convinzione stupida e ottusa che ci fa sentire superiori, che ci obbliga a voler "dimostrare" chissà che, di esser più bravi comunque, del voler a tutti i costi "dargli una lezione" su che cosa l'Aikido veramente è?
E se fosse tutto sbagliato? E se la persona non fosse così stupida come il nostro presumere vorrebbe? Sì, una persona prima di tutto, non un kyu, uno yudansha o qualsiasi altra parola "inventata" per racchiudere l'essere umano in un limite, che lo definisca e lo intrappoli, in un "mondo fittizio", che se perde di questa consapevolezza ci mette a rischio, un grande rischio che la pratica di questa disciplina (che io ritengo meravigliosa e ancorché perfetta, forse), dovrebbe invece allontanare con tutte le sue forze?
L'Aikido dovrebbe metterci in ascolto, non essere un arrogante monologo delle nostre fissazioni. Ce lo insegna dal primo momento (se non lo ha fatto come converrebbe, nostra madre prima), anche attraverso la stessa didattica. Ci insegna che uke non-è-stupido, ma che anzi, grazie alla sua intelligenza, al suo muoversi più razionale possibile, possiamo costruire la tecnica che ci permetterà di fare dell'Aikido. E cos'è uke se non una persona? Dunque nel mondo fittizio del dojo, dovremmo accorgerci e non sorprenderci, nel ritrovare la rappresentazione di quel che ci circonda nel reale. Andare contro questo, è andare contro all'Aikido stesso. Perchè non comprenderlo, perchè pensare che sia corretto umiliare e svalutare, anche con il solo pensiero, chi (in un continuo processo di mutevole scambio) ci permette di crescere? Nessuno di noi è speciale e tutti lo siamo, con le nostre singolarità. Ma siamo sempre persone, anche se siamo solo deshi, shidoin o persino shihan e questo è un fatto che va sempre rispettato.
Qualche anno fa lessi un libro di Taisen Deshimaru Roshi. Poi lessi Fight Club di Palahniuk. Che cosa accomunerebbe i due? Fino ad allora, pensavo nulla. Ma smettere di imparare è morire.
L'uno parlava dell'autoperfezionamento, vera anima del Budo, atto di crescita verso la suprema consapevolezza del "se", del divenire "qui e ora". L'altro negava esplicitamente tutto ciò, ed attraverso il suo personaggio compiva il percorso contrario, vero sprofondo nell'autodistruzione assoluta. Poi, proprio nelle ultime pagine, nel punto più alto e più basso al contempo della narrazione, scrive: "Tu non sei speciale. Non sei nemmeno merda o immondizia. Tu sei. Tu sei soltanto e quello che succede succede soltanto". Zen. Come Deshimaru.
ma nell'uso regolato del mio pensiero.
Non otterrei alcuna superiorità col possesso
di terre: con lo spazio, l'universo mi comprende
e mi inghiottisce come un punto; col pensiero,
io lo comprendo."
Blaise Pascal
Forse dovremmo smettere eh? Che ne dite? Smettere di presumere sugli altri. Smettere di pensare che ciò che abbiam capito noi, lo abbiamo capito noi soltanto, e il resto del mondo è stupido e inconsapevole. Perchè, quando ci si trova difronte ad un compagno d'allenamento, a qualcuno che come noi ha deciso di intraprendere la Via dell'Aikido, indipendentemente dal grado, dallo stato sociale, dalle sue esperienze che non conosciamo e che mai conosceremo veramente, dobbiamo per forza far sì che in noi si faccia largo il subdolo pensiero, quella convinzione stupida e ottusa che ci fa sentire superiori, che ci obbliga a voler "dimostrare" chissà che, di esser più bravi comunque, del voler a tutti i costi "dargli una lezione" su che cosa l'Aikido veramente è?
E se fosse tutto sbagliato? E se la persona non fosse così stupida come il nostro presumere vorrebbe? Sì, una persona prima di tutto, non un kyu, uno yudansha o qualsiasi altra parola "inventata" per racchiudere l'essere umano in un limite, che lo definisca e lo intrappoli, in un "mondo fittizio", che se perde di questa consapevolezza ci mette a rischio, un grande rischio che la pratica di questa disciplina (che io ritengo meravigliosa e ancorché perfetta, forse), dovrebbe invece allontanare con tutte le sue forze?
L'Aikido dovrebbe metterci in ascolto, non essere un arrogante monologo delle nostre fissazioni. Ce lo insegna dal primo momento (se non lo ha fatto come converrebbe, nostra madre prima), anche attraverso la stessa didattica. Ci insegna che uke non-è-stupido, ma che anzi, grazie alla sua intelligenza, al suo muoversi più razionale possibile, possiamo costruire la tecnica che ci permetterà di fare dell'Aikido. E cos'è uke se non una persona? Dunque nel mondo fittizio del dojo, dovremmo accorgerci e non sorprenderci, nel ritrovare la rappresentazione di quel che ci circonda nel reale. Andare contro questo, è andare contro all'Aikido stesso. Perchè non comprenderlo, perchè pensare che sia corretto umiliare e svalutare, anche con il solo pensiero, chi (in un continuo processo di mutevole scambio) ci permette di crescere? Nessuno di noi è speciale e tutti lo siamo, con le nostre singolarità. Ma siamo sempre persone, anche se siamo solo deshi, shidoin o persino shihan e questo è un fatto che va sempre rispettato.
Qualche anno fa lessi un libro di Taisen Deshimaru Roshi. Poi lessi Fight Club di Palahniuk. Che cosa accomunerebbe i due? Fino ad allora, pensavo nulla. Ma smettere di imparare è morire.
L'uno parlava dell'autoperfezionamento, vera anima del Budo, atto di crescita verso la suprema consapevolezza del "se", del divenire "qui e ora". L'altro negava esplicitamente tutto ciò, ed attraverso il suo personaggio compiva il percorso contrario, vero sprofondo nell'autodistruzione assoluta. Poi, proprio nelle ultime pagine, nel punto più alto e più basso al contempo della narrazione, scrive: "Tu non sei speciale. Non sei nemmeno merda o immondizia. Tu sei. Tu sei soltanto e quello che succede succede soltanto". Zen. Come Deshimaru.
sabato 12 novembre 2011
Chiarezza d'intenti
"Being able to perform a million jiu-jitsu techniques won't make you a good instructor. Although it is very common to see an instructor teach random techniques, this approach will definitely not help students understand what they are doing."
Rigan Machado
Bisognerebbe averlo, un presupposto. Onde evitare fraintendimenti di sorta. Quando si "affronta" la pratica dell'Aikido, quando si affronta anche una sola tecnica, tale presupposto è fondamentale. E più ci si addentra nella complessità tecnica e più è impossibile farne a meno. Dunque che cos'è questa premessa? Questa premessa è la chiarezza d'intenti.
Cosa sto facendo sul tatami, quando mi alleno? Perchè faccio uno spostamento specifico, invece di un altro? Perchè inizialmente non ci si può muovere liberi, perchè uke non può attaccare come gli pare? Perchè il tutto deve assumere un senso logico. La logica è quella che ci detta cosa è sensato fare e cosa è solo un inutile spreco di energie. Sono d'accordo, non sempre è così facile e limpido riuscire a scorgervi questa benedetta logica, nell'esecuzione di un kihon no kata, ed è infatti lì che dapprima dovrebbero concentrarsi tutta la nostra attenzione e i nostri sforzi. Perchè compiere un tenshin, se questi davvero non mi è utile? Ma sappiamo realmente che cos'è un tenshin? E "utile" in che senso? Si, occhei, un tai sabaki che ci viene insegnato sin dalle primissime ore di pratica, ma il perchè si ritiene "funzionale" (ehi, dove già ho sentito questo discorso?), durante la costruzione tecnica dovrebbe essere premessa fondamentale, talvolta ahimè tralasciata. Appunto. Il movimento, il gesto, la postura, nascondono sempre (o dovrebbero nascondere), una motivazione ben precisa, giustificazione fondamentale del suo stesso esistere, assolutamente lontana dalla mera abitudine/consuetudine. Quando non vi è risposta, quando si fa quel che si fa, perchè così è (facendo un po' spallucce), allora ci si dovrebbe fermare ad interrogarsi attentamente del perchè.
L'esempio del tai sabaki di sopra, è semplice e diretto, per chi ha qualche anno di pratica. Diviene sicuramente più "drammatico" (l'esempio), quando ci si sposta verso qualcosa di più complesso, anche se per il sottoscritto non si tratta di spostarsi orizzontalmente verso qualcos'altro, ma al limite di addentrarsi più profondamente, dunque in verticale, verso lo specifico in oggetto. Dicevo, diviene drammatico nel momento in cui si propone uno studio sui principii (ah 'sti benedetti principii), con l'ausilio di un esercizio concreto. Ecco, se dovessi decidere di fare una cosa del genere (e più di una volta mi è capitato e mi capiterà di decidere di fare una cosa del genere), devo essere il più chiaro possibile, verso chi mi sta ascoltando. Perchè devo necessariamente presupporre che chi mi sta ad ascoltare non conosce le mie ragioni e che dunque starà a me spiegarle. Ed ecco che la chiarezza d'intenti iniziale, come presupposto diviene vitale, non solo per la riuscita dell'esercizio, ma per tutta la formazione futura, dalla quale dovremmo muovere per crescere ed evolvere nella nostra pratica. Mancata questa, mancato lo scopo preciso del mio esercizio (quale esso sia), mancata l'opportunità di capire e dunque maturare.
Vero è anche che per essere chiaro io, a mio supporto diviene imprescindibile una certa confidenza in termini, perchè tanto è importante essere chiari, tanto diviene utile la proprietà linguistica e la giusta didattica alla divulgazione dei concetti. E spesso accade l'opposto. Spesso è l'assenza di questa didattica a motivare "lo studio" (davvero?), di dieci(!) e più tecniche diverse, all'interno di una sola ora di pratica. E, cosa che produce ancora più perplessità, senza neanche lo sforzo di ricercare in esse una continuità di analisi, orientata proprio verso i principii (ebbastadaii) onnipresenti.
Rigan Machado
Bisognerebbe averlo, un presupposto. Onde evitare fraintendimenti di sorta. Quando si "affronta" la pratica dell'Aikido, quando si affronta anche una sola tecnica, tale presupposto è fondamentale. E più ci si addentra nella complessità tecnica e più è impossibile farne a meno. Dunque che cos'è questa premessa? Questa premessa è la chiarezza d'intenti.
Cosa sto facendo sul tatami, quando mi alleno? Perchè faccio uno spostamento specifico, invece di un altro? Perchè inizialmente non ci si può muovere liberi, perchè uke non può attaccare come gli pare? Perchè il tutto deve assumere un senso logico. La logica è quella che ci detta cosa è sensato fare e cosa è solo un inutile spreco di energie. Sono d'accordo, non sempre è così facile e limpido riuscire a scorgervi questa benedetta logica, nell'esecuzione di un kihon no kata, ed è infatti lì che dapprima dovrebbero concentrarsi tutta la nostra attenzione e i nostri sforzi. Perchè compiere un tenshin, se questi davvero non mi è utile? Ma sappiamo realmente che cos'è un tenshin? E "utile" in che senso? Si, occhei, un tai sabaki che ci viene insegnato sin dalle primissime ore di pratica, ma il perchè si ritiene "funzionale" (ehi, dove già ho sentito questo discorso?), durante la costruzione tecnica dovrebbe essere premessa fondamentale, talvolta ahimè tralasciata. Appunto. Il movimento, il gesto, la postura, nascondono sempre (o dovrebbero nascondere), una motivazione ben precisa, giustificazione fondamentale del suo stesso esistere, assolutamente lontana dalla mera abitudine/consuetudine. Quando non vi è risposta, quando si fa quel che si fa, perchè così è (facendo un po' spallucce), allora ci si dovrebbe fermare ad interrogarsi attentamente del perchè.
L'esempio del tai sabaki di sopra, è semplice e diretto, per chi ha qualche anno di pratica. Diviene sicuramente più "drammatico" (l'esempio), quando ci si sposta verso qualcosa di più complesso, anche se per il sottoscritto non si tratta di spostarsi orizzontalmente verso qualcos'altro, ma al limite di addentrarsi più profondamente, dunque in verticale, verso lo specifico in oggetto. Dicevo, diviene drammatico nel momento in cui si propone uno studio sui principii (ah 'sti benedetti principii), con l'ausilio di un esercizio concreto. Ecco, se dovessi decidere di fare una cosa del genere (e più di una volta mi è capitato e mi capiterà di decidere di fare una cosa del genere), devo essere il più chiaro possibile, verso chi mi sta ascoltando. Perchè devo necessariamente presupporre che chi mi sta ad ascoltare non conosce le mie ragioni e che dunque starà a me spiegarle. Ed ecco che la chiarezza d'intenti iniziale, come presupposto diviene vitale, non solo per la riuscita dell'esercizio, ma per tutta la formazione futura, dalla quale dovremmo muovere per crescere ed evolvere nella nostra pratica. Mancata questa, mancato lo scopo preciso del mio esercizio (quale esso sia), mancata l'opportunità di capire e dunque maturare.
Vero è anche che per essere chiaro io, a mio supporto diviene imprescindibile una certa confidenza in termini, perchè tanto è importante essere chiari, tanto diviene utile la proprietà linguistica e la giusta didattica alla divulgazione dei concetti. E spesso accade l'opposto. Spesso è l'assenza di questa didattica a motivare "lo studio" (davvero?), di dieci(!) e più tecniche diverse, all'interno di una sola ora di pratica. E, cosa che produce ancora più perplessità, senza neanche lo sforzo di ricercare in esse una continuità di analisi, orientata proprio verso i principii (ebbastadaii) onnipresenti.
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