sabato 6 aprile 2019

The least effective martial art in the world (almost).

Sapete quale è la disciplina orientale più sbertucciata dalla comunità internettiana di cultori delle arti marziali? No, non è l'Aikido, l'Aikido sta giusto un posto sopra però, dunque non c'è da stare allegri. La più derisa, ma giusto di un soffio, è il Tai Chi. Poi, per strani scherzi del destino, capita che un praticante di Tai Chi di lungo corso, si ritrovi nello stesso posto in cui si allena un campione assoluto dell'arte marziale che al contrario, gode della più alta considerazione da parte della comunità di arti marziali: il Brazilian Jiujitsu. Uno dei più grandi rappresentanti di sempre di questa disciplina dicevo, che risponde al nome di Marcelo Garcia. Un vero Maestro, ma sul serio. Così, quasi per caso e per gioco, decidono di improvvisare un incontro amichevole tra le due discipline. Già. Il praticante di Tai Chi, per nulla intimorito dal curriculum del suo 'avversario' (guardate su wikipedia chi è Marcelo Garcia se non sapete, e impallidite), accetta la sfida. Ora, a rigor di logica, per il Maestro brasiliano dovrebbe trattarsi della proverbiale 'passeggiata di salute', soprattutto considerata la fama, in negativo, di cui la disciplina di origine cinese gode.
Oh, intendiamoci, Garcia riesce comunque nel suo intento, e considerato che l'incontro si ferma una volta ottenuto il vantaggio della proiezione, non assistiamo alla completa devastazione del praticante cinese, ciò nondimeno...


Accade abbastanza sorprendentemente che il cinese non sia preda così facile, insomma, non solo 'vende cara la pelle', ma pure in alcune fasi del match riesce a portare del tutto fuori asse un mostro di bravura come Marcelo Garcia, guadagnando parecchio rispetto, dimostrando che forse forse, il Tai Chi in sé, contenga più della ginnastica dolce che solitamente si ve(n)de.
Perché dico ciò, potreste domandare. Perché se lo fa il Tai Chi, come disciplina prima ancora che come praticante singolo, quella di essere in grado di tenere testa - pur se per poco, pur con tutte le attenuanti del caso che volete - palesando in un paio di momenti di essere addirittura inaspettatamente spiazzante per uno abituato in teoria, a ben altre sfide (e ripeto, non uno qualsiasi, ma un gigante del jiujitsu mondialmente riconosciuto), allora, dico, perché noi no? Ognuno si dia la solita risposta. Che già conosciamo, il punto non è questo.
Il punto è l'impegno. Impegno per far si che l'Aikido, nella stessa situazione, non sia meno del Tai Chi, il punto è che noi, come praticanti di questa disciplina, dovremmo cercare un pochino più spesso di uscire dalla comfort zone di presunta competenza, per metterci davvero alla prova, dovremmo davvero risolvere il nodo intricatissimo di un keiko standardizzato verso il basso, e così condannato sempre di più al baratro.

sabato 2 marzo 2019

Trasmissione

Vista espressamente sotto la lente delle forme artistiche, l'Aikido è un'arte performativa molto complessa e come tale, profondamente estemporanea.
Vale a dire che per l'artista, fatto salvo alcune forme di conservazione come video o libri (con tutte le limitazioni che questi mezzi implicano), la possibilità di vedere i risultati del proprio lavoro, studio, enorme dispendio di energie - pure economiche - investite, si riduce notevolmente, arrivando al punto tale che la vera summa conclusiva di questo percorso finisce per coincidere con la ragione stessa per cui si è intrapresa la strada dell'insegnamento, ovvero il rispecchiarsi totalmente nella formazione e realizzazione completa di allievi che a loro volta divengano maestri, divulgatori dell'arte che ha avvolto l'insegnante per tutto l'arco della sua esistenza artistica.
Pertanto, quando questi è coinvolto nel processo pedagogico, è lucidamente consapevole che non possono esistere segreti di alcun tipo nella trasmissione agli allievi perché, in estrema ratio, a loro dovrà essere consegnato totalmente il sapere accumulato, sapere che ridotto in minimi termini non è che atavico desiderio di continuare a sopravvivere alla propria morte, continuare a esistere nell'altro, che la propria espressione artistica - impossibile da cristallizzare come nell'arte figurativa - si possa in qualche modo ricordare per davvero solo attraverso gli studenti diretti, che un domani ripercorreranno lo stesso tipo di percorso, in un ripetersi perpetuo che è il cuore della trasmissione stessa dell'arte, che ci sopravvive per coinvolgere e arricchire la vita del prossimo, in un futuro altrimenti precluso dalla caducità del singolo essere umano.

domenica 3 febbraio 2019

Frustrazione

Uno degli 'scatti' che per così dire hanno modificato la mia percezione della pratica, è stato il superamento di una fase di perpetua insoddisfazione, presente non solo nell'assidua frequentazione degli stage (regionali e nazionali), ma pure nella quotidianità dell'allenamento.
Questo inappagamento continuo è durato, ahimè, parecchi anni ed è, se si può azzardare un assioma, andato ad aumentare proporzionalmente al crescere della personale consapevolezza per la disciplina in sé.
Cosa c'era che non andava? Cosa mi faceva scendere dal tatami a fine keiko, in uno stato di depressione costante, che si ripresentava puntualmente alla successiva? Non solo, ma pure in forma di fantasma mi tormentava ogni qual vota il pensiero andava all'idea che quel giorno sarei dovuto tornare ad allenarmi. Prendere la borsa con il keikogi e avviarmi in palestra era uno sforzo davvero importante da affrontare e per poco - davvero poco - non ha ucciso totalmente la mia passione per l'Aikido e l'allenamento.
L'unico modo per poter aggredire il problema è stato ovviamente individuarlo, come primo atto: rimanere in costante autoanalisi, riconoscere le proprie mancanze in termini di concentrazione e attenzione alla materia, insomma considerare che la misura maggiore di responsabilità per questo stato d'animo fosse mia, sgorgasse dalla naturale indulgenza verso se stessi, che alimenta più o meno ognuno di noi.
Determinate e 'aggiustate' le responsabilità personali, sono passato a quelle che non dipendessero direttamente dal sottoscritto, ma che si originassero dunque al di fuori, quelle esterne che agivano su di me come soggetto passivo.
Anche questo è stato un processo non privo di sofferenza, ammettere le mancanze didattiche di certi insegnanti che - come chiunque - idealizzavo, e che non pensavo potessero essere fallibili (come del resto è ogni essere umano sulla faccia di questo pianeta).
Per certi versi si trattò di fare ordine (randori 乱取り, in senso lato) nei miei pensieri, regolare e controllare lo stato d'animo che pervadeva per tramutarlo, se possibile, in forza propositiva.
La chiave di volta, a questo punto dell'anamnesi, fu la determinazione specifica di ciò che stavo facendo a livello pratico, in parole povere: capire esattamente che cosa era l'Aikido, che cosa volevo dall'Aikido, e se l'Aikido stesso fosse davvero adatto a risolvere le mie inquietudini.
Questa maturità mi portò a considerare che non tutti gli insegnanti sono 'adatti' al sottoscritto, non dal punto di vista caratteriale, ma proprio dal lato specifico tecnico, che non tutto ciò che sul tatami vedo presentato come Aikido, io considero davvero in linea con la mia idea di Aikido e, infine ma davvero fondamentale: non esiste nessuna regola, legge, trattato o obbligo che mi costringa, come essere umano indipendente e dotato di intelletto, a dover accettare qualcosa che non riconosco e che, in ultima analisi, non mi aggrada, pena lo sconforto e la frustrazione mortale che porta alla scomparsa graduale e ineluttabile della passione per questa disciplina.
Se vi trovate in un momento simile a quello che ho attraversato, se pensavate di aver risolto e improvvisamente vi rendete conto di essere nuovamente intrappolati in questo stato d'animo, il disperare senza direzione è l'ultima delle reazioni consigliabili.


Fermarsi, riflettere e riconsiderare se stessi e la disciplina, è quanto di più sensato per evitare una maledettissima e inconcludente frustrazione, il cui risultato ultimo è farci detestare qualcosa per cui un tempo, magari, provavamo una passione profondissima. Non lasciate che accada.

sabato 26 maggio 2018

Ichi-go, ichi-e

A metà del XIX secolo, Ii Naosuke, Tairō dello shogunato Tokugawa, nel testo Chanoyu Ichie Shū, scrive:
"Grande attenzione dovrebbe essere posta nella cerimonia del tè, possiamo descriverla come 'una volta, un incontro'.
Anche se ospite e ospitati si possono incontrare spesso in società, ogni singolo incontro non può essere mai ripetuto in egual modo.
Visto con questa prospettiva, il singolo incontro è davvero un'occasione irripetibile. L'ospite di conseguenza, deve sincerarsi di avere la massima cura in ogni aspetto della cerimonia e dedicarsi completamente a garantire che nulla venga trascurato. Gli ospiti, da parte loro, devono comprendere che questo singolo incontro non potrà più ripetersi e, apprezzando come l'ospite lo ha impeccabilmente pianificato, dovrebbero parteciparvi con vera sincerità.
Questo è ciò che si intende per 'una volta, un incontro' (ichi-go, ichi-e)."
Questo è profondamente vero anche per l'Aikido.



giovedì 26 aprile 2018

Differenze nella pratica del Budo, tra Giappone e Occidente

Quella che segue è la trascrizione* in italiano del discorso fatto da Jordy Delage (Differences Between Japanese & Western Budo Practice, dal minuto 4:07), proprietario della Seido - Aikido & Kobudo Equipment e praticante di lungo corso di Aikido in Giappone.

Nulla di nuovo per chi frequenta il tatami del corso di Carmagnola, solo 'sfrutto' le parole autorevoli del protagonista del video per sottolinearlo ancora una volta, perché ne abbiate conferma da una voce che non è per forza la mia.

*[ Due parole sulla trascrizione/traduzione: in verità non lo è. Essendo in forma colloquiale, ho preferito farne un adattamento, dove naturalmente non manca qualche aggiustamento per rendere il discorso scritto scorrevole e comprensibile, evitando o annullando alcune espressioni gergali o ripetizioni eccessive. Buona lettura!]


"La raccolta di tecniche e l'idea che la conoscenza di molte tecniche renda più bravi, in realtà non so davvero da dove salti fuori, ma è specifica dell'occidente: in Giappone non è il quante tecniche conosci, ma il come esegui le tecniche che conosci.
Gli insegnanti che provano a mettere in pratica questo proposito cercano di trasmettere per esempio come 'entrare' in modo corretto - irimi nell'Aikido - attraverso i princìpi, non le tecniche, di conseguenza la loro volontà è quella di insegnare davvero poche tecniche, in cui studiare e trovare questi princìpi; nella relazione che si costruisce con questi maestri durante le lezioni, più ci si concentra su questo nello specifico e più si migliora davvero nell'Aikido in generale, dando infine al praticante la consapevolezza di un uso migliore del corpo per avere una migliore attitudine (shisei).
Beh, è un'esperienza che davvero si dovrebbe provare direttamente. Se si ha l'opportunità di venire in Giappone si potrà constatare che in una lezione probabilmente si eseguiranno tre, quattro, forse cinque tecniche in un'ora e stop; non si faranno più di cinque tecniche in un'ora, e molto probabilmente sempre con lo stesso compagno, perché solo così sarà possibile iniziare a conoscere il partner e solo dopo dieci, venti, trenta minuti si potrà cominciare a non pensare più a se stessi in termini di performance, senza che la mente paralizzi la pratica riflettendo eccessivamente.
Penso che il modo dei giapponesi di vedere le arti marziali, specialmente nel Budo, è più questione di sensazioni: pratica, pratica, pratica delle stesse tecniche ancora e ancora, piuttosto che collezionare un numero alto di tecniche diverse; divenire un esperto tecnicamente riguarda davvero la pratica in questo senso, e loro non parlano... non parlano di religione, non parlano di filosofia confondendola con i princìpi... niente di tutto ciò, solo insegnano, mostrano la tecnica, richiedendo al praticante di ripetere la stessa cosa per dieci, quindici minuti. Ogni cosa è basata sul concetto del dover praticare tanto per migliorare davvero.
Due ore di pratica in Francia probabilmente equivalgono a mezz'ora di pratica in Giappone.
La prima volta che sono andato all'Hombu dojo a una lezione di un'ora pensavo: "un'ora, ah, sono abituato a seminari di due, tre, quattro ore di pratica"... ero letteralmente morto dopo un'ora all'Hombu! Con l'insegnante che non parla, mostrando giusto qualcosa come quattro tecniche, questo effettivamente significa allenarsi per più di cinquanta minuti! Questo è davvero diverso rispetto a un seminario che si può fare in Francia".



Si potrebbe obbiettare, a lettura conclusa, che la prospettiva qui sia piuttosto limitata, infatti: non è detto che il corso e gli stage frequentati da Delage in Europa in gioventù, siano il modello generale e standard di quello che avviene in Europa, così come non è detto che il modello dell'Hombu con conseguente metodo di insegnamento e allenamento valga per l'intera isola giapponese (infatti così non è).
Fermo restando il punto di partenza che mi ha spinto a scriverne, però: c'è una ragione ben specifica per cui, per me, rimane costante lo sforzo e la ricerca nel mantenere una rigida metodologia di allenamento, e la ragione sta in larga parte nelle parole qui sopra.

A presto.

venerdì 20 aprile 2018

Lo stato dell'arte?

Sono alcune settimane che sulla mia home di facebook vedo comparire video più o meno spiritosi di sedicenti maestri che 'dimostrano' incredibili capacità energetiche.
Opportunamente messi alla prova da propri allievi, inscenano una serie di performance difficilmente ascrivibili al regno del tangibile.
Sotto ai medesimi video una prevedibilissima ridda di battute, da parte perlopiù di praticanti di aikido (i post sono di altrettanti aikidoka, eh), derisioni anche giustificatissime di quello che è un evidente spettacolo più vicino alla suggestione indotta pericolosamente, che a un comune embukai, o a una competizione vera e propria.
Ora. Non è mia intenzione cercare di comprendere quello che succede dentro ai video sopracitati (in alcuni casi valeva la pena farlo e l'ho fatto, per la maggior parte no, per amore di Lapalisse).
Sono decisamente più interessato a quello che è il ragionamento che sta dietro a chi i video li posta. E pure, di misura, anche a quello che pensano i vari commentatori di se stessi.
Lo sono per via del numero esponenzialmente crescente di tali video e della regolarità con cui compaiono.
Perché?
Perché, per esempio, non ho mai visto nessuno tra i miei contatti postare il video qui sotto?
Penso, senza tanti fronzoli, che le cose siano affatto correlate, e che tutto ciò vada a consolare il bias di una comunità che sempre di più perde di convinzione nei propri mezzi, nelle proprie capacità tecniche al punto tale che è decisamente più facile concentrarsi su uno spettacolo triste, piuttosto che affrontare la possibilità di essere protagonisti di un altrettanto spettacolo triste.
Che senso ha questo post? Indurre alla riflessione, se possibile, il più possibile, sullo stato della nostra arte, lasciando il corollario dragonballiano all'egotismo di qualcun altro.


lunedì 13 giugno 2016

Questa è competenza

Nel dodicesimo giorno del decimo mese, nel primo anno di Meiwa (1764), un samurai di nome Kimura Kyuhou, allievo nello stile di scherma Unchu-ryu, fondato da Itou Nyudo Kii Suketada, della provincia di Oushuu, decise di mettere per iscritto nel libretto Kenjutsu Fushiki Hen* (Ignoranza nella scherma), a memoria dei propri allievi, il discorso di cui era stato testimone tra il suo venerabile maestro, Hori Rinjitsu, e un visitatore straniero, riguardo il metodo peculiare con cui si formavano gli adepti di tale scuola.
Qui sotto troverete l'estratto più significativo, a mio parere, di tale incontro, trascritto dall'attentissimo Kimura.



L'ospite disse:«Maestro, hai distillato dal vuoto un unico principio della scherma. Anche se ciò che affermi è giusto, è molto avanzato e difficile da realizzare per l'inesperto. Benché i più dotati possono fare progressi perfezionando questo singolo principio, dire che si deve abbandonare ciò che si è imparato ricorda un monaco sulla via dell'illuminazione che armeggia con una spada; i moti confusi e impacciati della mente non aiutano a raggiungere questo stato. Fin dall'antichità i grandi comandanti guardavano con attenzione le tecniche poco sofisticate usate dai provinciali o durante gli addestramenti militari, traendone non pochi vantaggi. Anzi, queste personalità stimate affermano che non si dovrebbe perdere la semplicità. In modo simile, non si dovrebbero dimenticare le secche attraversate per arrivare alle acque profonde, o percorrere con noncuranza le colline per raggiungere le vette: segui solo il principio. In un primo tempo ci si dovrebbe dedicare semplicemente a quel che ci viene insegnato e il principio si svilupperà naturalmente».
Il maestro rispose:«Quel che dici è molto ragionevole. Nel guidare l'inesperto faccio proprio come hai detto. Comunque, non insegno schemi preordinati di mosse. Per questo, tra le persone che non hanno dimestichezza con la scherma, molti hanno l'impressione che la mia sia un'arte soltanto teorica. Per chi non fa parte della scuola è difficile comprendere. Con gli schemi preordinati, tutti compiono movimenti prestabiliti, non è realistico. Quindi, anche se all'inizio imparano per qualche tempo le forme, ciò non dura a lungo. In seguito li istruisco in modo realistico. Se in questa tecnica c'è qualche divergenza dal principio, è soltanto in quanto fondamento per procedere nell'arte basata sulla via dell'unico principio. Non è necessario abbandonare nulla.
Le cosiddette tecniche sono soltanto una serie di schemi prestabiliti. In questa scuola non si fa uso di tali schemi né si usano insiemi di forme. Le tecniche pratiche che nascono dal principio vengono mostrate utilizzando la via della risposta spontanea.
 Quando inizi c'è un'apertura, che ti permette di fare i primi passi per comprendere il principio unico. Gradualmente ti lasci travolgere e ti adatti al principio, la mente si calma e ti senti pieno d'energia. In una progressione naturale, le tue paure svaniscono, poi man mano che ti addentri nel pericolo sei costretto ad adottare tutte le posizioni, i fendenti e gli affondi contro il nemico.
 A questo punto insegno le tecniche che incorporano il principio del vuoto per fare pressione sul nemico; poi il principio del vuoto e la 'luna nell'acqua' si fondono e lo studente impara a intuire l'intenzione del nemico grazie al vuoto. Quando raggiunge questa capacità, sarà in grado di armonizzarsi e fondersi con la spinta impressa dall'avversario.
Questo è il cuore della scuola Yagyu. Quando lo studente avrà perfezionato tutti questi punti iniziali e avrà esplorato a fondo lo shinjutsu (tecniche della mente e dello spirito), raggiungerà il distacco dalla vita e dalla morte, e tecniche e teoria potranno essere messe da parte. Abbandonare tecniche e teoria è detto mushin, o 'non mente'. Quando ottieni la 'non mente', mente e corpo rispondono spontaneamente a quel che accade.
Avendo già raggiunto la padronanza tecnica e teorica, sarai naturalmente in grado di capire il livello dell'avversario, i suoi punti forti o deboli e la via per la vittoria. Non vi è alcuna situazione o categoria di persone in tutto il mondo a cui non si possa applicare quanto sopra. Sicuramente gli antichi maestri avevano queste doti».
L'ospite disse:«Indubbiamente ci sono altri modi per raggiungere questo livello avanzato. Non sono del tutto d'accordo con quello che hai detto. Tutte le varie case distinguono gli studenti principianti da quelli intermedi in base al numero di schemi che conoscono, e quando procedono a un livello superiore ci sono ancora più forme da imparare.
Innanzitutto l'insegnante non deve essere umile. Allo stesso modo, nella vita politica, un samurai di basso rango può diventare un uomo di una certa responsabilità, avere spesso a che fare con magistrati, e forse diventare anche un condottiero. Senza dubbio porre una grande attenzione alle questioni amministrative gli darà molti vantaggi. Quindi perché non dovresti insegnare usando esempi ben stabiliti?».
Il maestro rispose:«La tua fiducia ingenua in un progresso dal grado basilare a quello difficile, che nella scherma implica l'uso di coreografie prestabilite, è abbastanza ragionevole, visto che è il metodo adottato dalla maggioranza degli insegnanti.
Sia come sia, Kino Nyudo, fondatore di questa scuola, come il maestro Yagyu  Munenori di Washu e Miura Masanari di Busho, fondatore dello stile Mugan, rese onore al suo campo, e superò diverse scuole, vecchie e nuove. Prendendo con sé due o tre discepoli, andò a spiare nelle diverse scuole di Tobu. Tutte impiegavano kata in coppia e nessuna aveva raggiunto notevoli capacità. Tra coloro che mostravano una scarsa comprensione c'erano i maestri ortodossi che creavano e insegnavano questi kata. Anche se si dice l'uso dei kata rende facile capire e migliorare i punti essenziali dello stile, i risultati dovrebbero confermarlo. Di fatto i kata non sono in grado di condurre nessuno alla comprensione del principio. Dopo aver ottenuto un attestato di merito da una tradizione che misura i risultati conseguiti in base al progresso in questi kata, difficilmente ci si renderà conto dell'errore. Non c'è nulla che contraddistingue la verità. Pertanto è senza dubbio molto difficile iniziare chi ha raggiunto tale livello. Ecco perché fin dall'inizio si dovrebbe sviluppare la mente del principiante facendogli cogliere qualche barlume del principio: per mezzo del vuoto (kyo) svilupperà il reale (jitsu). Dapprima percepirà solo debolmente il principio, come un filo o una nebbia, ma via via che accumula intuizioni, progredirà e raggiungerà la comprensione tecnica e teorica. Questa è competenza. Questo dovrebbero tramandare i maestri».


* Nota bibliografica: Il teso integrale (presumo, mi devo fidare del curatore che lo ha selezionato per inserirlo nell'antologia), si trova in La mente del Samurai, a cura di C. Hellman, edizioni Astrolabio, Roma 2011, cap. V, p. 110.


sabato 30 aprile 2016

Stance

Come è noto ai più, spesso il rimbrotto a riguardo dell'Aikido da parte delle discipline da combattimento (o di Budo come il Karate, che nella loro didattica includono il confronto sportivo), è che la nostra sia disciplina 'poco realistica' sotto vari aspetti.
Tra i tanti ritenuti altamente criticabili, vi è la 'guardia a L', altrimenti detta nel gergo specifico dell'Aikido come guardia in 'hanmi'.
In effetti, il tipo di posizione sostenuta da chi pratica l'arte di Ueshiba differisce peculiarmente da quelle che sono invece considerate da molti esperti, guardie più funzionali al combattimento sportivo, che si tratti di boxe, kickboxing, thai o per l'appunto Karate.
Come mai? Come mai l'Aikido sceglie consapevolmente di sviluppare la sua intera didattica in questo modo, invece di adattarsi a un modello di guardia (o posizione dei propri piedi rispetto a una linea d'attacco e asse centrale di controllo) che è sostanzialmente differente?
Perché, dalle altre discipline sopraelencate, è così criticata?
In anni di sviluppo del sistema sportivo, le discipline da combattimento che si orientano alla percussione come area di specializzazione, hanno trovato risposta funzionale a quel contesto adottando una guardia che, nella maggior parte dei casi, si sviluppa su due linee parallele di attacco (binari), in modo da poter sfruttare spostamenti e allunghi in veloci scambi all'interno del quadrato. Chiaramente, non vi è nulla di sbagliato. Si è trattato di adattamento allo specifico, cosa del tutto naturale per l'evoluzione dello sport da combattimento, 'sport da combattimento' che in effetti - a tutti gli effetti - Aikido non è.
Più volte si è ribadito infatti che l'Aikido è Budo, e come tale va inteso, ovvero come disciplina che abbraccia totalmente l'idea di un confronto senza regolamentazioni particolari, che possano limitarne l'agire in qualsiasi modo.
In soldoni questo cosa vuol dire? Che l'Aikido ha tecniche così mortali(!?) che non si può confrontare con, ad esempio, la boxe? No. Un cazzotto ben assestato - vi assicuro - può essere altrettanto 'mortale'.
Vuol dire che diversamente dallo scegliere di modificare un tipo di impostazione che dovrebbe a sua volta rivoluzionarne non solo la didattica ma il vero e proprio patrimonio tecnico dell'Arte, per adattarsi a un sistema che per sua stessa ragion d'essere ha bisogno di regolamentarsi in modo attentissimo (per integrità, sistema di punteggio, inquadramento generale e filosofia sportiva), si è preferito - per volere dello stesso fondatore, Ueshiba Morihei - di continuare a percorrere un insegnamento che contenesse ancora e completamente nozioni a cui, per forza di cose, le altre discipline hanno dovuto rinunciare.
Questo ha fatto si, chiaramente, che le forme di insegnamento si differenziassero esponenzialmente, al punto da far dimenticare da ambo le parti (Aikido da una, sport da combattimento dall'altra), alcune cose essenziali.
E' vero - ahimè - che troppo spesso l'approccio alla pratica dell'Aikido tralascia colpevolmente il confronto fisico (costruito e sensato), in ragione di un clima rilassato che su un arco temporale nemmeno tanto lungo si è rivelato completamente deleterio per il mantenimento del cuore stesso della disciplina, cuore che ne permette giusto sviluppo e giusta comprensione. Da qui la deriva di alcuni/troppi che pensano di praticare Aikido, ma che non lo fanno, con gli sconfortanti commenti di esponenti di altre 'arti marziali' che svalutano completamente non chi pratica in modo erroneo - come si dovrebbe - ma l'Aikido in toto.
Al punto tale che una semplice critica sulla posizione di guardia - l'argomento di questo post - non è immediatamente e facilmente giustificabile proprio da chi quest'Arte la pratica.
Facile rifarsi alle arti tradizionali giapponesi (koryū), di cui l'Aikido non fa parte, ma che ne mantiene e ne trae i princìpi che la sorreggono, per giustificare la posizione in hanmi; tale giustifica, è comunque giustificazione di forma, che in alcun modo ci da il reale motivo per cui si assuma questa guardia anziché no.
Per risalire al vero motivo, bisogna risalire davvero alle origini, ai campi di battaglia, dove lo scontro era ben differente da quello che ci prefiguriamo solitamente, dove a farla da padrone sono tutti i topos dell'epica classica giapponese, ripresi poi in film e spacciati ampiamente nei corsi dove non c'è vera ricerca, non c'è ricerca di realtà storica: onore, tranquillità interiore, codice del samurai che mai e poi mai avrebbe fatto cose disdicevoli per vincere il confronto. No. Se il confronto era mortale, la vittoria era ricercata a tutti i costi e per l'ottenimento di questo obiettivo era necessario qualsiasi mezzo disponibile (l'introduzione dello zen, ad esempio, è a questo che è servito, non per alta filosofia morale).
Dunque la strategia era fondamentale, e la sua elaborazione è passata attraverso una serie lunghissima di test diretti sul campo, da cui sono uscite le diverse scuole che ancora oggi studiano forme risalenti a cinque secoli fa, perfettamente cristallizzate nel tempo.
Nella Kashima Shin, come nella Daito, nella Yagyu, nella Tenshin Shin'yo (tutte scuole con cui Ueshiba era venuto a contatto) si adotta la posizione che oggi prende il nome di hanmi, per motivi strettamente funzionali. Di efficacia.
Tale posizione doveva infatti rispondere ad un possibile attacco che era concentrato non su un'area ben specifica, ma su tutto la superficie del corpo scoperta, ed in più, portato non solo con armi, ma eventualmente a mani nude, dando luogo a scontri dove la lotta corpo a corpo non era affatto così rara come possiamo prefigurarci.
Va da sé - più o meno, meglio una verifica empirica sul tatami - immaginare il perché di una guardia che preferisce esporre solo un profilo, che mantiene il controllo sul proprio asse fino alla fine, che renda possibile trasferimenti di peso senza evidenti spostamenti fisici dalla propria posizione, se non ad attacco già in atto.
Certo, tutto questo non è evidente, non è immediatamente intellegibile per chi pratica uno sport da combattimento, che rivolge la propria attenzione su altro, che non ha necessità di difendersi da un'eventuale proiezione alle gambe che non arriverà mai, pena la squalifica dalla competizione.
Solo negli ultimi anni la riprova che tale posizione in hanmi sia tutto fuorché insensata - come volevano le critiche - curiosamente ci arriva confermata proprio da uno sport da combattimento, anzi da quello che più di tutti ha allargato il senso così stretto e specifico - finora - della parola con cui era inteso dagli esperti: le arti marziali miste, il cui acronimo più conosciuto è quello anglofono di MMA (mixed martial arts).
Come avrà notato chi segue più assiduamente, la quasi totalità dei lottatori presenti nel circuito più competitivo di questa disciplina, che è l'Ultimate Fighting Championship, adotta senza nessun paradosso, proprio la guardia a L.
Come mai? Per le ragioni esposte poc'anzi: pur provenendo dalle più disparate discipline, devono tutti fare i conti con quello che è la realtà strategica imposta da questo genere di confronto, che non è più concentrato su un'area specifica e delimitata, ma che si allarga a tutte le aree e le distanze, arrivando (fatto salvo le regole imprescindibili) davvero in prossimità di quello che gli antichi samurai conoscevano di prima mano: il combattimento tout court.
Dovranno quindi porre attenzione non solo alla guardia alta (per proteggere volto e tronco superiore), ma pure a quella bassa (per evitare proiezioni a tutto campo). Il modo migliore per evitare queste ultime - assalto per lo più cercato da chi di base arriva dal wrestling universitario, dalla lotta olimpica o dal jiu jitsu - sarà quello di concedere meno spazio possibile, preferendo quindi una guardia di profilo a quella saldamente poggiata su due binari distinti.


Nell'immagine abbiamo l'esempio di due guardie: una in hanmi appunto, adottata da Lyoto Machida (che paradossalmente arriva dal Karate Shotokan, famoso per i kumite combattuti in fudo dachi, zenkutsu dachi o neko ashi, quindi raramente su una linea d'attacco singola) e Mauricio Rua con la guardia tipica della Muay Thai, con il peso del corpo sull'appoggio posteriore (cosa assai rara e quindi degna di nota, in UFC).

sabato 17 ottobre 2015

Sulle spalle di giganti

Mitsunari Kanai è stato un visionario.
Non solo un gigante nell'Aikido, ma pure un divulgatore, un maestro che sapeva - possedeva vera conoscenza - e non aveva alcun timore nel divulgare, nell'introdurre senza fraintendimenti a quello che è il vero cuore dell'Aikido, separando in maniera netta simbolismi, falsa etichetta, "un'ideologia di aikido", da quello che invece è l'Aikido in senso stretto, sul tatami.
Non è banale, ne tanto meno così scontato trovare persone con una tale predisposizione, con un'attitudine non solo esplicitata nell'azione, ma pure ispiratori di un lavoro che permette a chi vuole di cogliere l'essenziale, ovvero l'aspetto più concreto di chi si avvicina a un Budo, come l'Aikido, senza per forza doverne sacrificare la funzionalità, in nome di una fumosa teogonia che si dovrebbe prendere come tale, per fede, senza mai poterne verificare il senso ultimo.

Dicevo, Mitsunari Kanai era un visionario e io incappai nei suoi scritti circa dodici anni fa (poco prima della sua scomparsa, ahinoi), all'alba di quella che poi divenne mia personale ricerca, inizio di un percorso che procede ancora oggi, senza sosta come è giusto che sia.
In coincidenza con i suoi scritti, le sue parole, avevo da poco sperimentato l'Aikido di un altro grande ispiratore, Seishiro Endo sensei, e ancora vagavo pieno di dubbi e frustrazioni, ma con la consapevolezza che quel lavoro lì, quella sensazione provata e completamente nuova, era possibile e con il giusto impegno e guida, pure accessibile.

Sulle spalle di giganti stiamo, come Bernardo di Chartres, ma anche se nani, nostro obbligo e dovere - almeno, mio dovere - è quello di alzarsi e fare un pezzo del percorso con le proprie gambe, con i propri personalissimi sforzi.

Non so se i suoi scritti siano coperti da diritti riservati, ho cercato comunque nell'internet e pare non siano più recuperabili; un po' per questo un po' per il rispetto che sento di dovergli, non ne riproporrò le pagine così come erano, preferendo adattarne e sintetizzarne qui sotto i punti salienti, come li ho appresi, elaborati, masticati e digeriti, a esempio di come oggi siano punto fermo e fulcro pulsante della mia pratica.




Il problema dell'armonia.

Uno dei principali, cronici e forse inevitabili problemi nella pratica dell'Aikido, è un allenamento che si riduce a facile esercizio, basato sull'eccessivo compromesso di collaborazione tra i partner.
Problema che sorge per via della convinzione sincera da parte di un considerevole numero dei suoi praticanti, che si rifà però a filosofie e teorie del tutto errate o fraintese.
Esempi delle molte errate interpretazioni dell'Aikido è l'enfasi data fin troppo spesso all'idea che possa esistere un 'Aikido style' di qualche tipo, espressione di una 'ideologia' di Aikido che concettualizza e mette in pratica l'idea di 'armonia' in modo totalmente falso (ovvero non utile in riferimento al pensiero che il maestro Kanai  - ma pure il mio, a scanso di equivoci - aveva dell'Aikido).

Per via dell'enorme importanza che ha questo punto - cosa davvero è l'armonia nello specifico contesto della pratica? - è necessaria una spiegazione, mantenendo presente che si tratta però di uno solo degli aspetti che coinvolgono l'Aikido nella sua accezione più ampia.

Certo, tutti sono consapevoli (per sentito dire almeno), di quanto sia importante, centrale, l'armonia nell'Aikido.
Nelle parole stesse del fondatore, armonia è intesa nei riguardi dell'intero universo, con tutta l'esistenza. Concetto davvero molto alto.
Prosaicamente, nell'individuo è intesa come sostanziale equilibrio tra mente e corpo, senza focalizzarsi troppo in uno solo dei due aspetti.
Ma in termini fisici, l'armonia ha un vero e specifico significato tecnico, riferito all'uso dell'intero corpo in ogni movimento.
Applicato a quello che è un contesto che vuole risolversi attraverso il conflitto (incluso nell'allenamento), è questo ultimo significato a cui bisogna riferirsi per fare in modo che si crei una situazione che catturi l'avversario - letteralmente la forza avversa sviluppata - e ci si armonizzi completamente.

Essere in armonia nell'Aikido non significa interagire con altri individui sulla base di un basso comune denominatore che tende ad eliminare il momento del conflitto - del vero confronto - senza curarsi delle regole, per mantenersi in una comfort zone che consenta una pratica facile ma illusoria.
L'armonia come dovrebbe essere intesa non ammette compromesso, richiede invece lo sforzo di combinare elementi differenti, forze differenti - opposte, nella maggior parte delle volte - tentare di 'metterle insieme', in un modo che innalzi e intensifichi la nostra pratica, portandola ad un livello più alto.

A titolo di esempio spesso si contrappone una realtà che vuole l'Aikido praticato insieme da adulti e bambini, vecchi e giovani. E' innegabilmente vero. Ugualmente vero, ma non altrettanto frequentemente messo in evidenza, è che l'Aikido può - e a mio modo di vedere, deve - essere praticato con lo scopo preciso di sviluppare tecniche che abbiano valore marziale.
L'ampiezza inclusiva che caratterizza l'Aikido non significa pertanto una rinuncia allo studio di tecniche di combattimento effettive, o che questa stessa ricerca sia meno legittima o importante rispetto ad altri aspetti più enfatizzati e diffusi.

Il risultato di questa serie di fraintendimenti, errori, sospetto sia stato il vero motivo del sorgere del primo, fondamentale e maggior problema dell'Aikido contemporaneo: l'assoluta incapacità - per il praticante medio - di riconoscere e identificare un valido sistema di allenamento che permetta di valutare le proprie effettive capacità, in relazione all'uso del proprio corpo per produrre, applicare e ricevere potenza, con lo scopo ben delineato di farne tecnica efficiente per risolvere conflitti e controllarne adeguatamente l'origine aggressiva.

Per far ciò, bisogna necessariamente partire dalla costruzione di una vera base, di un vero punto di origine che corrisponda fondamentalmente al corretto utilizzo del corpo, articolando in maniera dettagliata questa logica dell'Aikido che dovrebbe infine sostituire tutta la serie di astratti riferimenti che spesso si ritrovano nelle spiegazioni di moltissimi praticanti/istruttori di grado avanzato.

Il praticante dovrebbe comprendere come la fisiologia del corpo, la vera struttura del corpo umano, è la fonte primaria dalla quale nascono le regole e i princìpi per ottenere un funzionamento altamente efficiente.
Il corretto movimento del corpo è giudicato infatti da un solo esclusivo criterio: qualunque sia il movimento dinamico, la posizione assunta, alla luce della struttura anatomica umana, si dovrà utilizzarne in completa economia tutte le parti, organizzandole nella maniera più efficiente possibile.
Comprendere profondamente questa fondamentale teoria dell'uso del corpo, dovrebbe precedere e integrare ogni spiegazione specifica riguardo alla tecnica.

Una tecnica specifica basata su questi princìpi fondamentali sfrutterà ogni parte del corpo, organizzato in modo tale da ottimizzare e generare potenza. Se si realizza questo, allora la tecnica 'funzionerà'. Fallire in questa comprensione renderà la nostra tecnica inefficace e inapplicabile.

Si dovrebbe capire a questo punto, che nella pratica è fondamentale e inevitabile usare questo principio di massima efficienza evidenziato dall'anatomia strutturale umana. Armati di questa consapevolezza i praticanti dovrebbero essere in grado, ora, di distinguere perfettamente quale esecuzione tecnica non solo sembri, ma sia effettivamente funzionale.
A riprova infatti, le tecniche 'sbagliate' hanno tutte in comune un'esecuzione che non si preoccupa di questo enunciato fondamentale, al punto tale che, per esempio, molti gruppi di tecniche caratteristiche dell'Aikido (proiezioni, immobilizzazioni, atemi), mancano completamente di consistenza teorica e dunque appaiono eccessivamente distinte le une dalle altre.

Non è infatti proprio dell'Aikido, quello di costringerlo a un sistema rigido e suddiviso in comparti impermeabili. Al contrario vi è la necessità di afferrare concretamente perché questo modello di pensiero sia distante dall'arte stessa, atto solamente a formalizzare cattive abitudini, cattive abitudini per altro facilmente osservabili - la maggior parte delle volte - in quella che oggi chiamiamo pratica quotidiana dell'Aikido.

E questo ci porta direttamente a quello che è da considerarsi il secondo e conseguente maggior problema nell'allenamento odierno che nasce e si evidenzia nella relazione tra nage e uke.

Molto spesso l'allenamento è condotto in una specie di finto confronto senza che vi sia vero combattimento, o piuttosto condizionamento serio.
A causa di questo, il praticante fallisce in quello che dovrebbe essere lo scopo principale, alimentando piuttosto una vera e propria dipendenza dalla collaborazione da parte del suo teorico avversario.
Questa malsana, eccessiva cooperazione corrompe la vera relazione tra nage e uke dandoci al contrario il drammatico risultato di rovinare l'opportunità di incrementare la comprensione della dimensione del combattimento e dell'effettivo studio tecnico.

A causa di quello che si diceva poc'anzi - la mancata comprensione del principio fondamentale di utilizzo efficiente del corpo - nage, frequentemente non applica una buona e corretta tecnica che realmente sia in grado di proiettare uke; ciò nonostante uke viene proiettato. In questo caso, uke è implicitamente d'accordo nel recitare la parte, falsando quello che è appunto il vero scopo dell'allenamento.

Pare ovvio a cosa possa condurre una pratica di questo tipo: la relazione 'corrotta' tra uke e nage ha profonde e negative implicazioni per quella che ha pretese di enunciarsi come arte marziale, anche se questo tipo di allenamento descritto risulta molto comune.
Tutti dovrebbero chiaramente comprendere che sostenere questo tipo di pratica, dove in effetti delle persone non fanno altro che fingere di essere artisti marziali, non farà altro che allontanarci da quello che è vero Aikido, con il triste risultato che questi non sarà mai appreso o capito.

L'interezza - e l'integrità - della relazione tra nage e uke è chiamata sotai kankei, ed è poggiata sul principio fondamentale del riconoscere che questo tipo di relazione è assolutamente conflittuale.
Si tratta infine di acquisire la consapevolezza che la ricerca di armonia è un processo che passa giocoforza attraverso il conflitto, e che non può assolutamente essere evitato in nome di una filosofia lontana e il più delle volte completamente mal interpretata, accettando il fatto che la questione fondamentale è come fare uso della conoscenza per affrontare uke con l'utilizzo della tecnica corretta sulla base dei princìpi che governano l'Aikido.

E' assolutamente imperativo che ogni tecnica utilizzata sia 'reale', che ogni tecnica controlli l'avversario con l'utilizzo corretto della struttura del corpo in un dinamico, omogeneo e efficiente sistema.

E' solo comprendendo questi punti, utilizzandoli come base fondamentale del loro allenamento quotidiano, che le persone potranno finalmente arrivare ad aprire le porte della reale comprensione.
E' attraverso queste porte che il praticante deve passare nella prospettiva di fare dell'Aikido in modo razionale, sfruttando tutti gli aspetti per l'uso totale del corpo nella relazione tra nage e uke per generare vera armonia.
Senza questo, purtroppo, i praticanti saranno sempre condannati al compromesso, a improvvisare tecniche del tutto inefficienti, allontanandosi una volta di più dal vero cuore dell'Aikido.











domenica 21 settembre 2014

Impegno

In alcune scuole classiche di arti marziali (dette koryu), agli apprendisti che avevano intenzione di entrarne a far parte, veniva proposto il Keppan, letteralmente 'patto di sangue', dove i futuri allievi si impegnavano al rispetto di alcune rigide regole per essere accettati formalmente ed introdotti alla disciplina e ai 'segreti celati nella tecnica', a cui solo il vero discepolo era dato accesso.
Il patto si suggellava attraverso la firma con il proprio sangue su un documento (incidendosi con una lama sul braccio o sul dito), detto kishomon.
Era non solo una formalizzazione attraverso un contratto, ma un vero e proprio rito di passaggio, dove il soggetto che lo attraversava, accettava completamente di cambiare il proprio essere, da ciò che era un tempo, ad un nuovo sé, dedito corpo e anima (il sangue simboleggiava la consegna dell'intero individuo alla scuola e al suo maestro/capostipite), alla pratica dell'arte.
Questo genere di accordo, serviva a testimonianza di un impegno che era vitale per la sopravvivenza della scuola stessa: così infatti si riduceva la possibilità che 
gli insegnamenti del maestro si disperdessero nel tempo, mantenendone intatti tradizione e tecnica, chiarendo immediatamente il grado di responsabilità e serietà elevatissime richieste all'allievo.


Con l'introduzione del Budo moderno (Aikido, ma anche Karate-do e Judo), il keppan/kishomon è andato via via scomparendo, pur mantenendo almeno inizialmente un carattere elitario nella scelta di chi doveva e poteva accedere alla scuola (sia Ueshiba che Funakoshi e Kano, selezionavano coloro che erano 'adatti' culturalmente, ad apprendere le rispettive discipline). Chiaramente, la predisposizione all'apertura e alla diffusione universale dei moderni Budo, faceva emergere immediatamente la contraddizione con le antiche scuole e i suoi metodi di affiliazione.
Una contraddizione costituita fondamentalmente dall'inevitabile ricerca di un bacino sempre più vasto di praticanti, a discapito di una qualità che era principalmente determinata dall'impegno dell'allievo che non aveva remore nell'abbracciare il keppan.
L'odierna diffusione mantiene comunque in modo 'naturale' la distinzione tra chi è amatore e colui che, nonostante, tende incessantemente alla professionalità nel proprio rapporto con la disciplina personale, e l'arte come metodo di accrescimento.

domenica 26 gennaio 2014

Kokoro

"Non c'è nulla di più difficile
che il non ingannare se stessi".

Ludwig Wittgenstein


Come tutto, anche i sistemi comunemente raccolti sotto la parola-ombrello 'arti marziali', non sono privi di autoinganni.
Una concessione in parte dovuta alla necessità pedagogica, ma che impone una vigilanza costante, perché non prenda il sopravvento, non divenga un mondo svuotato da tutto il vero, per il solo appagamento fine a sé stesso, il più grande degli inganni in questo genere (sistema chiuso).

Ma in origine, in origine i sistemi di tal tipo erano pensati, costruiti, per dialogare con il mondo circostante attivamente, per necessità, senza sovrastrutture a sovrapporsi l'una all'altra, fino a far sparire il complesso originale, a confondere necessità/scopo/funzionalità con altro, quale formalismo prima ancora che cultura, dalla quale l'arte stessa si forma e ne rimane inevitabilmente influenzata.

Recuperare questa originale funzionalità, non significa però essere particolarmente tradizionalisti (anche perché l'Aikido non è un'arte marziale tradizionale), ma andare diametralmente al suo opposto, significa rispolverare meccanismi che nel corso degli anni - dall'accavallamento di strutture non necessarie - si sono calcificati al punto di arrivare a pensare che tradizione e formalità siano il cuore pulsante, cuore che rischia così di cessare di battere del tutto.

Recuperare significa prendere coscienza degli autoinganni inevitabili, ridare agli stessi la giusta proporzione e legittimità perché il sistema funzioni, nella prospettiva di scuotere un organismo quasi al collasso.
In definitiva, si chiede di far riprendere a battere questo vero cuore nascosto, spogliandolo il più possibile, per tornare a dialogare con il mondo di fuori, non più circoscritto e quindi confinato ad un'area fittizia, ma senza limiti e obbligato all'interazione come era in origine, appunto.

Questo si deve richiedere oggi a chi promuove l'Aikido: limpidità, onestà e piena consapevolezza, capirlo dritto fino al cuore, non tanto filosofico (che per inciso, per il sottoscritto è ancora lontanissimo), ma pratico e dunque, strettamente concreto.

domenica 15 dicembre 2013

La cosa

"The way I do things change, the way Chiba sensei does things change. To think about something as “old” is all in your head".

Morihiko Murashige Shihan



Un modello di qualche cosa non corrisponde alla cosa. Se corrispondente in tutto e per tutto all'entità modellata non ne sarebbe più un modello, sarebbe semplicemente la cosa stessa.
Mi sembra abbastanza chiaro, no? Allora perché ancora devo sentire gente confondersi in questo semplicissimo assunto?
La metto più semplice, magari aiuta: Pelé è stato un grande calciatore, giusto? Presumo, perché in realtà del calcio non me ne è mai fregato - e mai me ne fregherà - una emerita sega. Comunque, ammettiamo che sia così. Direste quindi che Pelé è il Calcio? Dunque, se Pelé è il Calcio, allora Maradona (del perché scrivo Maradona, vale lo stesso motivo di cui specifico sopra), che cos'è? Eppure sono distantissimi, no?
Ecco.
Allora, io mi sforzo di fare una cosa, prendendo a modello chi in quel momento risponde al meglio a quello che più mi avvicina alla cosa, ma tenendo ben presente che di solo modello si tratta e che mai e poi mai mi sono sognato, mi sognerei, mi sognerò, che questi è la cosa che mi interessa.

Avrei potuto scrivere che questa non è una pipa, tanto sarebbe stato uguale.

venerdì 13 settembre 2013

Hunk, senza cervello

C'è una linea sottile, tra ciò che è morbido e ciò che è elastico.

Sono d'accordo con i molti che lo pensano, nell'Aikido la rigidità è spreco di tempo, ma questo non può essere il lascia passare automatico per tutto ciò che ci passa per la testa, non può voler dire, come mi pare di veder tradotto troppo frequentemente - in quest'ultimo periodo soprattutto - bandire totalmente la forza ed in un certo qual modo l'esplosività, che sono invece parte fondamentale di un combattimento vero, non simulato, non esibizione concordata.
L'attenzione va posta nel limite, che divide l'eccesso sia dell'uno che dell'altro. E se un tempo si combatteva contro la linea di pensiero che vedeva nell'Aikido un uso spropositato della forza, dell'eccessivo sforzo, preludio di una rigidità che si cristallizza, ora non vorrei che si prendesse il suo estremo opposto, dove la morbidezza utile a mantenere elastica la nostra reazione (al contatto sensibile così come allo schivare di un attacco), si trasformasse istantaneamente in un'abuso di lassezza che è alla stessa stregua pericoloso e fuorviante.

Tutto questo discorso è pericoloso e fuorviante, per la verità.
Infatti va affrontato con cura, va dimostrato attentamente sul tatami, cosa significa essere elastici a discapito della rigidità, essere forti a discapito della cedevolezza senza scopo.
Ed infatti è nello scopo che si possono ritrovare le coordinate per un indirizzo sensato delle nostre reazioni, per far si che divengano strumenti a sostegno di una pratica costruttiva soddisfacente.

Oh, lo dico perché testimone del contrario, altrimenti per quale motivo parlarne?
Lo scrivo perché mi imbarazza un po' vedere uke generici sballottati senza alcuna ragione, senza alcuna costruzione logica che ne motivi l'improvvisa mancanza di reattività o peggio, eccedente e completamente fuori luogo.
D'accordo sulla disponibilità e sulla stupidità dell'ostruzione, ma non credo si tratti né dell'una né dell'altra, quando si parla di giusta risposta alla tecnica.

Contrariamente al pensiero istintivo e comune, penso sia giusto contrastare proporzionalmente l'esecuzione (ed io distinguo sempre tra contrastare e ostruire), se la tecnica non è eseguita nella maniera corretta, così come è giusto dimostrare una reattività sensata, nel rapporto con tori.
Contrastare la tecnica è parte integrante del processo di crescita che ci si propone quando si studia l'Aiki, e non è in alcun modo riconducibile alla mera ostruzione.
Il problema è: come faccio a contrastare intelligentemente, se riduco la mia pratica ad una risposta sconclusionata, nella migliore delle ipotesi eccessiva, ad un movimento - qualsiasi movimento - di tori?
Eh, infatti, come faccio?
Se vi è una risposta adeguata, con la giusta intenzione/pressione indirizzata al centro di tori, allora uke non potrà fare a meno dell'elasticità, della reattività stimolata da un perché ben preciso, che darà finalmente senso logico ai movimenti di entrambi.
Questo, piuttosto che tanti novelli Hunk, 'esagitati privi di senno' nelle mani di sedicenti maghi di Oz, poco interessati al ruolo di tori, dunque poco interessati ad un Aikido magari più faticoso, ma certamente più concreto.

sabato 6 luglio 2013

Alcune cose irriducibili in effetti

In Aikido, nell'Aikido, non si può "scambiare". Come nella Boxe, o nel Karate.
Non è l'Aikido un sistema - perché è un sistema, riducendolo al minimo per definizione - che basa la sua logica sullo scambio di colpi tra due soggetti coinvolti in una situazione di combattimento.

Una volta ho sentito un maestro.

Si, una volta ho sentito dire ad un maestro che l'Aikido si fa sul secondo attacco.
Spiego: dopo aver evaso il primo colpo dell'avversario, ci si sarebbe eventualmente piazzati per applicare la tecnica all'attacco successivo.
No. Semplicemente no. L'Aikido si fa subito.
Ed il resto è un lungo (o breve) unico momento dove si raggiunge il controllo sull'aggressore.
Lo stesso di prima - maestro - disse che non è possibile fare kotegaeshi ricevendo il primo tsuki.
Che è comprensibile.
E' comprensibile non il fatto che non si possa fare kotegaeshi da tsuki, ma la sua deduzione, viste le premesse.
Chiaro, se mi sta dicendo che non si può "fare Aikido" che sul secondo attacco, va da sé che non riesca in effetti a vedere il waza di kotegaeshi su un pugno diretto.
Ma questi sono particolari che mi servono da esempio (non è luogo per sviscerare concretamente, tecnicamente, come sia possibile o meno eseguire una tecnica, questo è un blog sull'Arte, non un manuale tecnico per dipingere).
Dicevo esempio, per cosa? Per illustrare come sia fallace la comprensione sul cosa sostenga l'apparato logico, che fa funzionare questo sistema.
E si è frainteso da subito, oppure non conoscendolo, lo si è sostituito con un altro, probabilmente funzionale a rispondere ad altre caratteristiche (magari un insieme che basa il suo costrutto sullo scambio di colpi, come la Boxe), ma non per l'Aikido, non pensato per adattarsi ad esso, quindi inadatto, illogico appunto, se calato in un contesto come il nostro.
E questo scambio (di logica) alla base, ne ha creato di fraintendimenti. E ancora ne crea.

Come si può affermare quel che affermo? Con la prova empirica, prima di tutto.
Ma anche(!) guardando alla base didattica, dove ci sono ruoli e compiti, che vanno compresi profondamente prima di passare allo step successivo.

Una volta ho sentito un altro maestro.

Questi però, andava in una direzione diametralmente opposta, sostenendo che, se si era stati così pronti da evitare il primo di attacco, e la divina provvidenza ci avesse concesso di scampare anche al secondo, molto probabilmente al terzo si sarebbe capitolati.
Perché? Perché la distanza, la posizione in rapporto all'avversario ed il tempo di reazione, non ce lo avrebbero permesso.
Un velocissimo scambio a corta distanza non è un qualcosa per cui, nello specifico, si è preparati quando si pratica Aikido.
Rassegnatevi.


Ora, ridurre qualcosa che ridurre non si può, è l'evidente problema.
Non si può perché non possiamo adattare un complesso (come struttura), complesso (come complicato), ai nostri fraintendimenti, o mancanze.
Non possiamo permetterci di andare al di fuori di questa logica, che sostiene la pratica della nostra Arte.

Immaginatevi a scambiare, con un boxeur, o con un karateka ben preparato, nella speranza di poter fare kotegaeshi al secondo attacco.
Oh ma, immaginatelo soltanto eh.

"L'allenamento dell'Aikido ha qualcosa in comune con il Kenjutsu: quando si usa la spada, dall'inizio alla fine del combattimento c'è sempre una distanza di circa due metri tra i due avversari.
Nell'Aikido, sebbene non vi sia una spada da impugnare, si ferma l'avversario nell'istante in cui la situazione diventa vantaggiosa per noi."

Questo. Nelle parole di Kisshomaru Ueshiba.

mercoledì 24 aprile 2013

Storie

"Voi credete che la pratica degli scacchi sia utile alla conduzione di un buon governo?"

"Temo di no, maestà."



Fare Aikido.

Come indossare delle scarpe nuove che fanno male.
E percorrere una strada disassata, piena di buche, dove ogni passo
comporta un sacrificio, un adattamento per non sentire il dolore, o sentirne un po' meno.
Significa soppesare ogni singolo passo, perché ogni singolo passo stride nel nostro corpo e nella nostra testa.
Acutizza la nostra sensibilità, l'attenzione si dedica tutta sulla strada da scegliere, per evitare il dolore quanto più possibile. anche se comunque inevitabile.

E' l'attenzione dunque, è pensarlo, ogni passo, così intensamente, che si smette di concentrarsi sull'arrivo;
certo, si può desiderare l'arrivo, ma pensare all'arrivo, a tutto quel che c'è dopo, è possibile solo a mente sgombra.
Ma qui le scarpe fanno male sul serio, la mente, il corpo, tutto il nostro essere è occupato a camminare nel miglior modo possibile, siamo troppo presi, in definitiva, per pensare ad altro che non sia il momento stesso.

Ecco, questa è una storiella. Ci può essere raccontata da qualcuno, magari annuiremo anche nell'ascoltarla, respirando profondamente, convenendo con noi stessi che sì, che in effetti non può essere che così, che in fondo in fondo la conosciamo già.

Ma non è vero. Noi non la conosciamo veramente, solo la comprendiamo intellettualmente.
E c'è una bella differenza, tra questa cosa qui sopra e mettersi delle scarpe che fanno male,
e iniziare a camminare.

sabato 23 marzo 2013

Necessità/Possibilità

Quando siamo sul tatami, alle prese con una nuova forma da eseguire, un esercizio da replicare pedissequamente e continuamente, chissà quanto ci interroghiamo sulla natura stessa di tale esercizio, sul pretesto che vi sta dietro, in ombra magari, rispetto a tutta una serie di premesse date dal maestro, ma che nascondono comunque motivazioni di cui forse - forse - è all'oscuro lo stesso, che la tecnica la propone.

Prendiamo omote ed ura, come evidente esempio per dimostrare quanto sopra.
Perché esistono queste due possibilità, nell'esecuzione di un kihon?
Ci si interroga mai sull'origine di tali variazioni?

Certo, come primissima risposta ci verrebbe da enunciare quella più ovvia, quella che da anni sentiamo come giustificazione plausibile, esaustiva(?) del "perché si fa così, invece che cosà".
Ed ecco allora il sorgere di parole (seguite da una mimica tutta fisica) come: 'posizione', 'lato esterno/negativo', 'lato interno/positivo', 'uscire', 'rientrare'...

Quando decidiamo di studiare una tecnica in ura, decidiamo appunto di fare questa scelta. Ovvero di restringere volontariamente il nostro campo ad una cosa soltanto. Ma per giustificare tale scelta, spesso omettiamo un punto piuttosto importante.

Il punto, che mi preme, non è tanto la decisione, ma proprio il punto in cui la decisione la prendiamo.

Se possiamo prendere una decisione, allora vuol dire che siamo nel campo delle scelte, e se di scelte si parla, allora non potranno che essere possibilità.

Imparare a riconoscere una possibilità, nell'Aikido, è altrettanto importante quanto saper riconoscere se una tecnica sia in forma positiva o negativa.

In maniera più specifica, Ikkyo omote o ura, l'una o l'altra, sono dettate sempre da necessità.
Ma questa stessa, è frutto della possibilità di scelta. Il lusso della scelta è qualcosa che si costruisce, che si dovrebbe sottolineare nella pratica, studiare.
Senza questo genere di approccio, non sarà così sensato prendere in considerazione la necessità, perché anche se sarà necessario (per non soccombere), fare qualcosa, non avremo in noi la conoscenza delle 'risposte possibili'.

Per risposte possibili, solo apparentemente mi riferisco ad una questione tecnica, quanto piuttosto il ricollegarmi al punto in cui la decisione la prendiamo.
Infatti, la possibilità è dichiarata da un punto (fisico, realmente esistente nello spazio), che sarà la combinazione di distanza, interazione, controllo e posizione tra i due soggetti dell'azione: noi ed il nostro avversario.
Questo vuol dire davvero conoscere le nostre possibilità, di fronte ad un attacco, ad esempio.
La "giusta" posizione, farà in modo che la necessità di ikkyo ura sarà conosciuta, consapevole, appropriata.

Questo, tutto questo, ancora per ribadire di come ci si sforzi continuamente di avvicinarsi alla reale natura dell'Aikido, che nel suo tessuto è in effetti tecnica (necessaria), ma il cui cuore è colmo di principii (possibilità).








giovedì 10 gennaio 2013

Amazing


Della relazione tra il "mi piace" e il comprendere veramente.

C'è, esiste, una specie di idiosincrasia che vivo particolarmente, da quando frequento il social network per eccellenza e che non nomino (tanto arrivate da lì).

Non discuto della possibilità che vi sia, effettivamente, un qualcosa che colpisca particolarmente la sensibilità del singolo, al punto da "piacere", anche senza aver ben compreso, o peggio conoscere, quello che si ci trova davanti agli occhi (perché condiviso, perché linkato da qualche amico), ecco non discuto di questo, che è più o meno esperienza comune di tutti, ed è anche normale, no, per me il problema fondamentale sorge quando a piacere è un qualcosa che avremmo i mezzi per capire, che teoricamente dovremmo capire, ma che poi tradotto in pratica, dimostriamo clamorosamente non solo il suo contrario, ma di essere lontani anni luce anche solo da una minima vera, intima, comprensione.

A cosa mi riferisco nello specifico?

Ad un video qualunque di Aikido. Quello vero però, quello con la "A" maiuscola. E qui si dovrebbe aprire una parentesi enorme sul che cosa è vero e cosa è falso, sul cosa pensiamo e decidiamo di catalogare come vero e cosa no, per carità, ne sono consapevole, e infatti non lo faccio.

Allora, per semplificare le cose, diciamo che è possibile utilizzare come discriminante il parere pressoché unanime del gotha mondiale (la massima rappresentanza) di questa specifica arte, orientandomi verso l'Aikikai di Tokyo e i suoi eccellenti maestri (ricordando che anche qui vi siano opinioni contrarie, ma insomma, la contestualizzazione è d'obbligo, tenetela presente sempre).
Ecco, appurata e verificata la base di partenza, ovvero che più o meno si consideri una docenza nel quartier generale dell'Aikido mondiale come garanzia di cognizione di causa, allora posso prendere per verosimile tale affermazione:"Seigo Yamaguchi Sensei è stato uno dei più grandi rappresentanti dell'Arte di Ueshiba", quindi, tradotto semplicemente nel comune (nostro): l'Aikido di Yamaguchi è sorprendente e/o fantastico e/o incredibile e/o superlativo e/o superbo e/o inarrivabile e/o unqualsiasisinonimochevoletevoibastachesia amazing. 
Detto ciò... detto ciò, ecco che scatta per l'appunto, la mia intolleranza.
Intolleranza meno che mai per il grandissimo maestro in questione (e come di lui anche altri, ma sempre Giapponesi, Tissier merita un capitolo a parte, non oggi), ma per coloro che a questo appiccicano tutta una serie di "mi piace".
Coloro che vi appiccicano questo e che quindi, per logica consequenzialità penserei, sono portato a pensare, hanno ben presente che cosa hanno di fronte, che si riconoscono, anche alla lontana, con quella che è l'arte nella sua pura e altissima manifestazione, attraverso le mani, il corpo, dello Shihan di turno.
Peccato poi in realtà non sia così. Non mi spiegherei altrimenti il perché, mi ritrovi spesso a condividere il tatami con persone che non hanno poi un'idea così precisa di ciò che stanno facendo e che a volte (solo a volte, eh), sono gli stessi di cui sopra.

E di qui nasce l'ipotesi: ma se "mi piace" un video di Yamaguchi, e lo manifesto (ho tutto il diritto di manifestarlo), perché mi fermo qui? Perché non mi sforzo di capire cosa colpisce così profondamente la mia fantasia, perché non mi sforzo di andare a fondo nella ricerca di una vera comprensione di quello a cui ho assistito ed in ultimo, non mi interrogo sul perché io, nel mio piccolo dojo, non cerchi di andare verso quella direzione invece che no, continuare alle "gare di forza" con gli amici, che tanto ci si diverte lo stesso?
Accade tutto questo anche a voi? Spero di no, ovvio, ma non sono sufficientemente ottimista. Se accade, perché?

Comprendere veramente quello che osserviamo in un video di Yamaguchi, quello che mi fa credere di aver assistito a qualcosa di sorprendente significa, in ultimo, che sorprendente non lo è per niente, ma frutto sì, di innegabile talento, coadiuvato però da una precisa ed eccellente didattica (questa davvero sorprendente, ma raggiungibile), volta alla assimilazione completa di come funzioni la cosa che vado a fare, di come sia strutturato l'Aikido nel profondo, a fondo, che ci avvicini a quello che ammiriamo, e che non si faccia ammirare e basta, lasciandoci però fermi lì, immobili nella nostra ignoranza compiaciuta e piena di: "non capisco, però mi piace". Che è sorprendentemente assurdo.

martedì 25 dicembre 2012

Fondamentale

‎-What is the difference between "fundamental techniques" and "basic techniques"?

-The fundamental techniques are primary. If we draw a parallel with mathematics, the fundamental techniques would be akin to the Five Principles of Euclid. Those fundamental principles are the basis of applied geometry. Since the fundamental techniques are like maxims, there are no movements in Aikido that violate those principles. Basic techniques are those techniques deduced from the fundamental techniques, during training the proof of the maxims is clearly demonstrated.
There are those who like to make up their own maxims, but this is not possible in Budo. All the movements have to follow natural principles, and cannot be artificially constructed.
Here is an example:If you drop a stone it will fall to earth because of gravity, and that principle can never be challenged. It is a maxim that must be observed, and once that is understood as a base it can be utilized. From that fundamental maxim, the basic movements emerge, and from the basic movements variations spring forth.

Kisshomaru Ueshiba Doshu



Nel video, un giovanissimo Endo Seishiro come uke.

giovedì 1 novembre 2012

it’s some kind of madness, is started to evolve

L'uso della forza.
L'uso delle giustificazioni.
Per quanto ben addobbate.
Per quanto accettabili.
Sono solo giustificazioni.
Senza forza, è più di un concetto.
E' più di un "uso ragionato", sì.
E' proprio così.
Le tue giustificazioni "sono", perché non puoi abbandonare una zona confortevole.
Dove ti trovi bene.
Dove hai abitato per tanti anni.
Che ora non vuoi, abbandonare.
Senza forza è uscire dal tuo posto confortevole.
E' abbandonare. Ogni giustificazione.
E', finalmente, realizzare ogni armonia.
Essere in armonia.

Forse.

sabato 20 ottobre 2012

L'Aikido non si ferma dove arrivi tu

"Studiare senza riflettere è totalmente vano, ma riflettere senza studiare è pericoloso".

Confucio



La pretesa, generalmente, è che l'universo sia racchiuso nella nostra "visione" dello stesso.

Così accade, e non può certo essere altrimenti, che lo stesso modello interpretativo, vada ad applicarsi senza soluzione di continuità, a tutto ciò che personalmente classifichiamo, a tutto ciò che pensiamo (per forma mentis), di conoscere.
Tra queste "cose" che pensiamo di conoscere, non possiamo che annoverare anche l'Aikido, va da sé.

Così accade una seconda volta, e piuttosto naturalmente, di voler includere, all'interno di un'opinione che ci si è fatti sull'Aikido nello specifico, anche tutti gli altri.
Esatto, anche tutti gli altri.

Spiego: si può supporre per semplicità, che la pratica prolungata di un'attività(?) come la nostra, possa aiutarci a discernerla approfonditamente, al punto da credere, per via di ciò di cui sopra, che l'intendimento nostro, e della pratica, e dell'arte stessa, sia l'intendimento di tutti.
E' cosa, questa, da distinguere bene dal banalissimo pensiero:"Come lo faccio io ikkyo è giusto, come lo fate voi no", non si tratta di divisioni più o meno fittizie (anche queste proprie della nostra forma di pensiero), ma casomai del suo contrario.
Si tratta di includere, nella personalissima visione di ognuno di come si faccia ikkyo, ad esempio, anche tutto il resto dei praticanti.
In modo tale che questa sorta di ragionamento, falsamente ci protegga.
In modo tale che se un giorno, per fato o chissà, ci venga empiricamente e ampiamente dimostrato che tutto ciò che pensavamo a riguardo del "nostro ikkyo", semplicemente non è così, ma è solo nostro attaccamento e basta, ecco quel giorno potremmo tranquillamente giustificare il nostro personale, circoscritto errore, come errore di tutti. Per proteggerci in un'illusione, dalla delusione.

E' bene, come al solito, prendere attentamente coscienza di questa illusione, farsene carico come campanello d'allarme per il prossimo giro, per la non tanta improbabile ipotesi che l'occasione si ripeta, che il pensiero si riformuli, e che non ci si ricaschi nuovamente.

Da non occorrere più nell'espressione plurale, quando questa è singolarissima, dal non generalizzare, perché io sono arrivato solo fin lì, allora noi tutti si è arrivati fin lì.
Non è così, non è così.